Uno sguardo ai mercati di frontiera

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La differenziazione tra mercati emergenti e mercati di frontiera è spesso soggettiva, dato che i i provider dell’indice hanno tutti norme proprie. Classifichiamo i mercati di frontiera in due gruppi. I mercati di frontiera semi-emergenti e quelli illiquidi.

Al primo gruppo fanno capo paesi come Argentina, Croazia, Repubblica Dominicana, Egitto, Ghana, Kazakistan, Kenya, Nigeria, Pakistan, Serbia, Sri Lanka, Uganda, Ucraina, Uruguay e Zambia. Nel secondo gruppo rientrano Angola, Armenia, Azerbaijan, Bangladesh, Botswana, zone Cfa, Costa Rica, Georgia, Guatemala, Consiglio di cooperazione del Golfo, Ecuador, El Salvador, Giamaica, Malawi, Mauritius, Mongolia, Mozambico, Namibia, Panama, Paraguay, Ruanda e Vietnam.

Le obbligazioni in valuta forte emesse dai mercati di frontiera hanno subito una forte correzione in linea con l’andamento dei mercati emergenti nel loro complesso. L’indice dei mercati emergenti di nuova generazione (Nexgem), costituito da 36 mercati di frontiera, è sceso del 5,89% nei primi dieci mesi dell’anno, a fronte di un calo del 5,13% per il più ampio indice obbligazionario dei mercati emergenti (Embi Global Diversified). Il rendimento dell’indice Nexgem ha raggiunto il 7,6% all’inizio di novembre 2018, dal 5,9% di fine 2017. La differenza di rendimento con l’indice Embi Global Div è raddoppiata a 110 punti base. Le valutazioni per i mercati di frontiera sono diventate più interessanti, mentre i fondamentali rimangono sostanzialmente favorevoli.

Gli asset investiti nei mercati di frontiera dell’obbligazionario non sono poi così ingenti. L’indice JP Morgan Nexgem è potenzialmente quello più noto nel comparto e l’index provider stima che ci siano solo 367 milioni di dollari di Aum che replicano questo indice, in contrapposizione ai 799 miliardi di dollari che replicano gli indici dei mercati emergenti.

L’andamento dei mercati di frontiera è stato misto da inizio anno. Argentina, Pakistan, Zambia, Tunisia, Namibia, Uruguay, Sri Lanka, Kazakistan e Ghana hanno risentito dei deprezzamenti del cambio contro il dollaro americano, che non sono stati controbilanciati né da ritorni in termini di duration né da rendimenti immediati corrisposti sulle obbligazioni emesse.

Tuttavia questi Paesi rappresentano solo il 20% di un universo di uguale ponderazione dei mercati di frontiera. Ciò significa che circa l‘80% dei mercati di frontiera hanno realizzato rendimenti obbligazionari positivi in dollari, anche se alcuni di loro hanno risentito del deprezzamento della valuta locale contro il dollaro Usa. Quindi, l’aggiunta di posizioni in valuta locale dei Paesi di frontiera a un portafoglio obbligazionario di mercati emergenti si è rivelata un ottimo strumento di diversificazione, grazie a un elevato carry e a una bassa correlazione con i mercati emergenti principali.

Vi sono sviluppi incoraggianti in diversi mercati di frontiera, come Vietnam, Nigeria, Kuwait, Romania e Sri Lanka. Le valutazioni in Nigeria sono particolarmente attraenti e alcuni esperti individuano parecchio valore nei settori dei consumi e in quello bancario. Il Paese sta uscendo dalla recessione grazie al miglioramento dei prezzi del petrolio e a un tasso più alto di produzione petrolifera. Allo stesso tempo, la liquidità è migliorata drasticamente grazie al miglior funzionamento del tasso di cambio.

L’azionario argentino ha perso più del 50%, con molta della debolezza derivata dalla valuta. Una recente notizia positiva è che gli aiuti del Fmi saranno anticipati e concentrati in modo da coprire tutte le esigenze di finanziamento esterno a medio termine.


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