Un anno complicato per i mercati emergenti

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Le azioni e le valute dei mercati emergenti si sono indebolite dal febbraio 2018, cioè anche prima che le crisi in Turchia e in Argentina dessero il via al sell-off di agosto.

Ciò è dovuto alle crescenti tensioni commerciali, all’aumento dei tassi da parte della Fed, a un dollaro forte e all’aumento dei prezzi del petrolio. Inoltre, il calo registrato da queste azioni e valute è stato determinato da fattori negativi, specifici per ogni Paese, che hanno interessato Cina, Brasile, Messico, Sud Africa, Indonesia, Filippine e Corea del Sud. Ora i mercati emergenti rischiano di essere contagiati dalle crisi in Turchia e in Argentina, e i Paesi con ampi deficit delle partite correnti e dipendenti dai flussi di capitali esteri sono particolarmente vulnerabili.

Nel frattempo, i mercati emergenti che hanno un avanzo delle partite correnti, forti prospettive di crescita, basso debito estero e attraggono forti flussi di investimenti diretti esteri sono in grado di offrire potenziali opportunità. Tra loro: l’India (con una solida crescita del Pil e forti utili); la Corea del Sud e Taiwan (con una crescita sana e un avanzo in conto capitale); il Vietnam (con una crescita solida e flussi di investimenti diretti esteri); la Polonia (con una forte crescita e solide esportazioni); l’Arabia Saudita (grazie al prezzo del petrolio forte e all’inclusione nell’indice Msci Em); il Qatar (con solidi fondamentali e crescenti limiti sulla proprietà straniera). Tra questi Paesi, tuttavia, la Corea del Sud, Taiwan e il Vietnam possono risentire maggiormente delle attuali tensioni commerciali.

In uno scenario di stretta globale, gli investitori stanno diventando estremamente discriminanti nei confronti di Paesi con un deficit crescente delle partite correnti. In questo contesto abbiamo tre situazioni:

1 Paesi con deficit delle partite correnti in crescita come l’India (2,8% del Pil) per la quale il 40% delle importazioni totali è legato al petrolio, Indonesia (dove circa 1/3 delle obbligazioni sono detenute da investitori stranieri), Sudafrica (-3,15% del Pil)

2 Paesi con un avanzo delle partite correnti in calo: la Cina (dal 2,8% del Pil nel 2015 allo 0,5% attuale) dove le tariffe all’esportazione potrebbero portare al deficit delle partite correnti, la Corea (dall’8% del Pil al 4,5% attuale)

3 Paesi con un conto estero bilanciato come il Brasile (solo -0,6% del Pil, ampiamente finanziato dagli investimenti diretti esteri) ma che è vittima di incertezze politiche oppure la Russia, con un comodo surplus del 3% ma vittima di sanzioni internazionali.

Tutta questa debolezza dei conti esteri ha portato a una marcata correzione delle valute dei mercati emergenti (Ytd vs Usd la rupia -11%, – 26% per il real, -20% per il rublo, -43% per la lira turca e -50% per il peso argentino). Grazie a uno stretto controllo della sua valuta, il deprezzamento dello yuan è molto contenuto: -5%.

L’instabilità che abbiamo visto in Turchia ha creato una stratificazione delle performance dei vari Paesi emergenti. Tra le opportunità il Messico, dove il 27 agosto è stato annunciato il quadro di una possibile risoluzione dei negoziati Nafta con gli Stati Uniti: è incoraggiante vedere i due Paesi muoversi verso lo stesso obiettivo. Poi il Qatar, il cui listino ha registrato un +18% da inizio anno, con il Brent che nel 2018 è passato da 66-67 dollari all’attuale livello di 76-77 dollari al barile. In un anno in cui la forza del biglietto verde è al centro dell’attenzione, il Riyal del Qatar è ancorato al dollaro a un tasso di cambio fisso e ha evitato così il deprezzamento della valuta che si è registrato in altri Paesi.


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