Tre forze in rotta di collisione

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Nel corso dell’ultimo decennio i mercati finanziari sono stati condizionati in maniera determinante dalle politiche monetarie accomodanti messe in atto dalle Banche centrali, che hanno inondato il sistema con una montagna di liquidità per sostenere la ripresa economica dopo la crisi finanziaria del 2008. Questo ciclo sembra ormai concluso, e le Banche centrali, a partire da quella statunitense, hanno iniziato in maniera graduale a drenare parte della ingente liquidità immessa nel sistema economico. Secondo Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac, questa inversione di tendenza assume grande importanza per gli investitori, perché favorisce la ricomparsa di altri due forze, finora rimaste ai margini, schiacciate dalle politiche monetarie non convenzionali.

A cosa si riferisce quando parla di forze che stanno riprendendo vigore in conseguenza della fine del Quantitative easing?

«Mi riferisco al ciclo economico e alle politiche di governo. Per quanto riguarda il ciclo, per il momento i mercati si sono tranquillizzati godendo da due anni di una ripresa economica generalizzata, prolungata negli Stati Uniti dalla politica fiscale espansiva del Presidente Trump. Questo ciclo inizia a mostrare i primi segni di rallentamento. Dal punto di vista politico, l’economia liberale e globalizzata degli ultimi anni, che ha alimentato l’aumento dei prezzi degli asset finanziari ma che ha apportato pochi benefici ai redditi dei lavoratori dipendenti, ha fatto emergere una forma di ribellione, negli Stati Uniti, in America Latina così come in Europa, volta a contestare l’ordine economico prestabilito.
È questo antagonismo tra ciclo monetario, economico e politico che al momento rappresenta il rischio principale per i mercati, indipendentemente dal fatto che nel breve periodo questi si stiano focalizzando unicamente sulla componente politica.»

Quali sono gli effetti della nuova ondata di protezionismo scatenata dalle politiche di Donald Trump?

«L’attacco sferrato dagli Stati Uniti alla roccaforte commerciale cinese, insieme all’esaurimento della fonte mondiale di dollari, sta già mietendo le sue prime vittime. Il mercato azionario cinese ha perso il 15% del suo valore dall’inizio dell’anno e, per effetto contagio, gli asset finanziari dei paesi emergenti, in particolare le valute, hanno registrato un crollo. Le economie maggiormente dipendenti da finanziamenti esteri in dollari sono state ovviamente le più penalizzate, tra cui in primis l’Argentina, i cui progressi costanti ma ancora fragili compiuti grazie al piano di riforme, sono stati cancellati da una violenta raffica di sfiducia degli investitori».

La guerra commerciale diventerà una realtà? Bisogna considerare Donald Trump come una specie di eroe omerico, guidato dal destino verso une guerra inesorabile contro la Cina e l’Unione Europea, che si concluderà solo con l’annientamento di uno dei protagonisti?

«Se con il pretesto di una violenta disputa sui dazi doganali l’intenzione degli Stati Uniti fosse di fatto quella di impedire alla Cina di attuare il suo piano strategico “Made in China 2025”, allora il conflitto sarebbe lungo e devastante.
È invece assolutamente possibile che l’obiettivo americano sia pragmatico, politico e molto più a breve termine. Le elezioni di metà mandato del Congresso degli Stati Uniti, che si terranno il prossimo 6 novembre, rappresentano ovviamente un obiettivo di primaria importanza per Donald Trump, il cui Partito Repubblicano non è finora favorito nei sondaggi. Riuscire prima di questo voto decisivo a potersi vantare degli accordi con la Cina, ed eventualmente anche con l’Unione Europea, che sicuramente sarebbero presentati come vittorie straordinarie, sortirebbe un effetto migliore presso l’opinione pubblica statunitense».

Veniamo all’Eurozona. L’eventualità di una disgregazione dell’Unione europea è un rischio concreto e reale?

«La protesta all’interno dell’area euro nei confronti di ciò che alternativamente viene percepito come una struttura inefficace, rigida, burocratica, ingiusta, perfino antidemocratica è in aumento. Tuttavia sono proprio le sue inadeguatezze a essere oggetto di una disaffezione crescente, e non la sua realtà. Le fasi di panico che occasionalmente si manifestano in concomitanza con le aspirazioni di fuoriuscita dall’Eurozona, espresse sporadicamente, non tengono conto di un aspetto fondamentale: ovunque l’opinione pubblica ha di fatto capito che il prezzo da pagare per tornare alla propria moneta originaria sarebbe proibitivo per qualunque paese.
Giustamente o erroneamente ad oggi l’euro è irreversibile, come anche Mario Draghi ha rammentato recentemente. La gestione operativa di tutta l’Unione Europea, invece, necessita urgentemente di riforme, onde evitare scossoni ricorrenti che finirebbero effettivamente per minarne la struttura.
In occasione di ogni crisi europea, uno degli errori più frequenti degli osservatori anglosassoni è probabilmente quello di avere sottovalutato la volontà politica, che è in grado di trovare un accordo quando si tratta della sopravvivenza dell’Eurozona.
Nel breve periodo, il vero rischio resta a nostro avviso quello legato al ciclo economico, a causa del venir meno dei fattori di stabilizzazione monetari e della forte insufficienza di quelli di bilancio, in assenza di riforme».

In conclusione, come sottolinea ancora Saint Georges, «va rammentato che il rischio reale per i mercati è più complesso, e quindi meno temuto nel breve periodo: risiede nell’eventualità di una collisione tra queste politiche economiche destabilizzanti, in una congiuntura economica diventata vulnerabile e nell’esaurimento di contromisure da parte delle Banche centrali».


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