Ritorno al rifugio dorato

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Quando le cose si mettono male, un numero crescente di investitori sposta l’attenzione sugli asset considerati da sempre un ‘rifugio’. Lo yen e l’oro stanno attraversando un buon momento proprio per questa ragione. Rispetto al passato, in quest’ultima fase d’ incertezza che si è abbattuta sui mercati, l’oro ci ha messo più tempo del solito ad attirare l’attenzione degli investitori.

Durante le prime settimane di ribasso dei mercati, l’oncia non aveva tratto alcun beneficio dal contesto favorevole. Successivamente, l’incremento dei flussi d’investimento indirizzati verso gli strumenti che consentono di investire in oro, hanno permesso di far recuperare molto terreno al prezzo dell’oncia.

Al di là del naturale interesse degli investitori per l’oro in una fase d’incertezza per la direzione futura dei mercati azionari, sono vari i fattori che hanno potuto alimentare questo rinnovato interesse per l’oncia.
La quotazione si è mantenuta tra i 1.100 e i 1.200 usd nei cinque anni che hanno preceduto l’avvio dell’attuale trend rialzista. Prima di questa lunga fase di stand by, il prezzo dell’oncia si era impennato fino ai 1.800 usd in occasione della crisi del debito verificatasi nel 2010. Il trend in corso può essere diviso in due fasi: la prima è quella della resistenza opposta da quest’asset class al calo che ha investito l’indice Standard and Poor’s 500 (una discesa di circa il 20% rispetto ai livelli massimi registrati a ottobre); la seconda è quella dell’accelerazione delle quotazioni anche in presenza di un moderato recupero deli indici azionari.

Il primo fattore a supporto della rottura del range 1.100-1.200 usd in cui era ingabbiata la quotazione, è il ritrovato ruolo di asset rifugio. La decelerazione economica è una realtà sotto gli occhi di tutti: la debolezza dei dati macro-economici e la revisione al ribasso delle stime di crescita pubblicate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Commissione Europea. Una conferma ai timori degli investitori è successivamente arrivata dai dati non esaltanti pubblicati dagli Uffici di statistica dei singoli paesi e dai Governi alla guida degli stessi (che solitamente pubblicano stime meno negative per ragioni puramente politiche).

Un altro fattore a supporto del recupero delle quotazioni dell’oncia è il deflusso dei capitali investiti nell’equity internazionale. La fuga verso il rifugio -e quindi anche verso l’oro- trova la conferma più valida nella compressione dei rendimenti che ha interessato il Bund decennale dopo la pubblicazione della revisione al ribasso delle stime di crescita. Il rendimento annuo offerto dal titolo di stato tedesco è sceso dallo 0,57% allo 0,1%. Lo stesso andamento è stato seguito dal titolo di stato decennale nipponico, il cui rendimento annuo è passato dallo 0,15% a un valore negativo. In quest’ultimo caso il messaggio è chiaro: gli investitori sono disposti ad accettare perdite pur di trovare un porto sicuro in un periodo di profonda incertezza.

A questi due fattori bisogna sommare la possibilità che la Federal Reserve non aumenti il costo del denaro Usa ai ritmi stimati fino a qualche mese addietro. L’ultimo discorso del governatore Powell lascia ipotizzare che Donald Trump abbia rotto la tradizionale indipendenza che permeava i rapporti tra la Casa Bianca e la Fed. Dopo settimane di attacchi non proprio velati, Trump si è spinto a dichiarare in pubblico che il vero problema dell’economia statunitense è la politica monetaria della Federal Reserve. Powell ha cercato di recuperare la tradizionale indipendenza della Banca centrale sostenendo che il board dell’istituto osserverà con attenzione l’evoluzione del mercato del lavoro e dell’inflazione, tuttavia, la mossa a favore di Trump sembra evidente.


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