Risparmio gestito, afflussi e soddisfazione in aumento

investitori

Messi di fronte al dilemma “Adattarsi o perire?” i risparmiatori italiani, con un po’ di ritardo, hanno fortunatamente scelto la prima via. Finita l’epoca dei buoni del tesoro che per decenni hanno garantito cedole interessantissime e in un contesto nel quale è divenuto ancora più difficile trovare rendimento, gli investitori del Belpaese sembrano, infatti, avere fatto una scelta più che mai saggia e lungimirante: affidarsi ai professionisti della gestione del risparmio.

Questo è uno dei principali trend emersi dall’Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani stilato da Einaudi e Intesa Sanpaolo. Benché si sia manifestata a monte una certa manca di consapevolezza su cosa sia esattamente il risparmio gestito, i risparmiatori sembrano comunque aver intrapreso questa strada.

In Italia solo il 23,8% degli investitori conosce infatti la differenza tra azioni e risparmio gestito, mentre il 43,9% la comprende in parte e quasi un terzo (32,3%) non sa distinguere tra le due forme di investimento. Come conseguenza, il 28,2% del campione (nel questionario proposto erano ammesse risposte multiple ammesse) pensa che a sottoscrivere fondi comuni, Etf, Sicav dovrebbero essere principalmente coloro “che sono esperti di investimenti”, benché nella realtà dovrebbe essere l’esatto contrario. I destinatari naturali degli strumenti del risparmio gestito, infatti, dovrebbero essere in teoria proprio quei risparmiatori che non hanno tempo o strumenti per dedicarsi alla cura periodica del proprio patrimonio e che quindi dovrebbero affidarsi a terzi per la loro gestione. Solo il 9%, tuttavia, ritiene che debba privilegiare il risparmio gestito chi non è esperto di investimenti.

Nel dettaglio, secondo il 15,2% deve fare ricorso agli strumenti di questa categoria chi guadagna molto, mentre lʼ8,2% lo giudica adatto a “chi vuole guadagnare molto”, rispetto al 4,2% che ritiene questa tipologia di investimento adatta a “chi guadagna poco”. Il 17,9% vede correttamente nel risparmio gestito una forma di diversificazione. È interessante osservare che cosa pensino gli intervistati sulla relazione tra risparmio gestito e rischio: il 15,5% lo ritiene, correttamente, una forma di investimento adatta a chi vuole ridurre il rischio, ma il 9% lo giudica la formula corretta per chi vuole rischiare molto. Insomma, se il risparmio gestito gode di una reputazione crescente, resta il fatto che le opinioni su questo comparto della gestione dei capitali non siano tanto corrette, evidenziando, anche qui, un gap di informazione finanziaria.

Rispetto al 2016, si registra tuttavia un aumento del numero di possessori di prodotti di risparmio gestito. Il 10,5% degli intervistati (contro il 6% nel 2016) dichiara di aver investito in fondi comuni o Sicav, lʼ8,4%(contro il 4,1) in gestioni patrimoniali, il 3,1% (contro lʼ1,7) in Etf e il 3,8% in assicurazioni collegate a unit linked, una percentuale doppia rispetto all’anno precedente. Complessivamente, il 14,5% degli intervistati detiene almeno qualche tipologia di strumento di risparmio gestito (contro il 10,5% nel 2016). I fondi comuni di investimento e le gestioni patrimoniali attraggono particolarmente le fasce di età intermedie (quando si devono impiegare i risparmi in forme di investimento in grado di garantire nel medio-lungo termine un accumulo di ricchezza adeguato), sono più comuni al Nord rispetto che al Sud e nelle Isole, sono più diffusi tra le fasce di reddito più elevate e tra i più istruiti.

Gli Etf e le polizze unit linked sono, viceversa, degli “sconosciuti”, o quasi, per i più giovani, i meno istruiti, le fasce di reddito basse. In generale, fanno maggiormente ricorso al risparmio gestito i grandi risparmiatori (il 36,2% investe in qualche forma di fondo, gestione o polizza), i più facoltosi (il 30,6% di chi ha un reddito superiore a 2.500 euro sono investitori) e chi ha un titolo di studio universitario (28,9%. All’opposto, i giovani non “frequentano” questa tipologia di strumenti (nessuno tra gli under 24 e solo il 10,5% tra gli intervistati nella fascia 25-34 anni dichiara di averne posseduti nell’ultimo quinquennio), così come coloro che abitano in una casa in uso gratuito (2,8%) o che hanno solo la licenza elementare (5,6%).

Si investe di più nel risparmio gestito al Nord rispetto al Centro e al Sud-Isole, così come nei grandi centri urbani, dove presumibilmente i redditi e i titoli di studio sono mediamente più elevati e dove è probabilmente più facile l’accesso e il contatto con chi propone questa forma di investimento. Tra coloro che hanno posseduto questa tipologia di strumenti, solo il 3,6% ha sottoscritto per la prima volta un investimento in forme di risparmio gestito nel corso dell’ultimo anno. Il 65,6% ha mantenuto tale investimento costante, a fronte del 24,7% di intervistati che ha invece incrementato le proprie quote, del 4,4% che le ha ridotte e dellʼ1,6% che ha disinvestito totalmente: non sono quindi molti, tra i frequentatori del risparmio gestito, coloro che stanno alleggerendo il proprio portafoglio di investimenti. Il risultato è che, a oggi, lʼ88,4% di chi ha detenuto titoli negli ultimi cinque anni possiede una quota in fondi o gestioni patrimoniali, lʼ87,5% in Etf quotati in borsa e il 79,5% in polizze unit linked.

Inoltre, tra gli investitori in risparmio gestito, aumentano coloro che vi allocano una parte consistente del proprio patrimonio. Il 29,6% (erano il 19,7 nel 2016) destina più del 30% delle proprie disponibilità a questa tipologia di strumenti (solo il 3,9%, però, va oltre il 50%). Il fatto che il 70,4% degli intervistati investa meno del 30% in risparmio gestito è comunque un dato di interesse: questa forma di risparmio dovrebbe essere prediletta da coloro che non vogliono sobbarcarsi l’onere di seguire troppo da vicino i propri investimenti, ed è singolare che quanti vi fanno ricorso lo facciano per una porzione così limitata delle proprie disponibilità. Il 27,6% dichiara di investire in fondi comuni per poter affidare i propri risparmi a esperti e non dover pensare e prendere decisioni a riguardo. Il 39,8% vede nella riduzione del rischio il driver principale di questa opzione, o direttamente (27,6%) o attraverso il fattore diversificazione (12,2%). Anche la fiducia è piuttosto importante: il 15,6% di coloro che hanno acquistato fondi, gestioni o polizze dichiara di averlo fatto in primis per la fiducia nei confronti di chi gli aveva proposto l’investimento, con la certezza di essere stato consigliato per il meglio. Quasi uno su dieci (8,9%) ritiene di poter guadagnare di più con questi strumenti rispetto a quelli tradizionali, mentre solo lʼ1,2% considera la possibilità di investire su prodotti o mercati altrimenti irraggiungibili come un punto di forza del risparmio gestito, mentre questo dovrebbe essere uno dei fattori più qualificanti in assoluto. Infine, la soddisfazione per il risparmio gestito è elevata: il 79% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza soddisfatto, contro il 17,8% che risulta poco o per niente soddisfatto. Si osserva peraltro un trend positivo negli ultimi anni: dopo un calo tra il 2001 e il 2005, quando probabilmente i risparmiatori avevano velleità di guadagno maggiori e non vedevano un plus nella tranquillità del risparmio gestito, c’è stato un miglioramento quasi costante del gradimento per questa forma di investimento.

 

 

Vice direttore di Fondi&Sicav, il mensile dedicato all'industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria


TOP