Pro e contro dei dividendi

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I dividendi possono essere appetibili, ma è sbagliato cercarli indiscriminatamente in ogni azione come spesso si fa con le cedole del debito pubblico

A molti investitori piace acquistare azioni di società che erogano dividendi elevati. Trattasi di un comportamento del tutto normale in un periodo dominato dalla presenza di rendimenti obbligazionari molto bassi e caratterizzato dalla necessità –per un numero sempre più elevato di persone- di aumentare le proprie disponibilità economiche attraverso la gestione del proprio patrimonio finanziario (si pensi ai tanti pensionati che possono contare su un assegno medio-basso).

Da molti anni viviamo in un mondo in cui il reddito fisso di alta qualità creditizia non rende più. Nei paesi industrializzati sono molte le aziende –anche tra quelle dotate di ottima reputazione- che distribuiscono dividendi più elevati rispetto al rendimento cedolare di un titolo di stato decennale. Questo nuovo contesto di riferimento spinge molti investitori ad assumere un maggiore livello di rischio per raggiungere i propri obiettivi finanziari.

Nel Vecchio Continente, il dividend yield (rendimento da dividendo) è di circa il 3% e le cedole offerte dai titoli di stato decennali più allettanti non superano il 2,5%. Negli Stati Uniti il rendimento da dividendo è più basso –introno al 2%- e quello dei Treasury Bond a dieci anni è attualmente del 2,7%. Tuttavia, nel mercato Usa sono le operazioni di buyback (riacquisto di azioni proprie) a far lievitare il rendimento complessivo di un ulteriore 2%.

Anche se il dividend yield può convincere l’investitore a optare per l’assunzione di livelli di rischio addizionali, è sempre importante conoscere bene quel che si acquista. Se avessimo investito all’inizio dell’anno in General Electric, conglomerato statunitense fondato nel 1893, ci troveremmo a fare i conti con un deprezzamento di circa il 35% del capitale investito in soli dieci mesi. In altre parole, la possibilità di ottenere un rendimento del 3,2% (quello offerto in media da General Electric negli ultimi cinque anni, anche se dopo gli ultimi scivoloni del titolo il dividend yield è salito al 4,6%) avremmo volatilizzato più di un terzo del nostro investimento. Questa è una manovra che un investitore conservatore non può permettersi.

Dopo uno scivolone così pesante potremmo ipotizzare che General Electric si trovi in una situazione finanziaria molto delicata, ma la verità è che con un debito di 136mila milioni di usd, un ebitda di 16 e 92mila mln di assets, la società Usa non ha nulla che giustifichi una caduta in picchiata della quotazione del titolo.

Nella peggiore delle ipotesi, il management potrebbe optare per la vendita di alcuni asset per ottenere risorse da destinare all’abbattimento del debito. Il problema è un altro e risiede nella più che probabile riduzione del dividendo. Fino ad oggi, il prezzo del titolo aveva potuto godere dell’effetto trainante derivante proprio dagli acquisti realizzati da investitori a caccia di un buon livello di dividend yield. Ora che lo stesso Ceo del colosso ha rivelato che i conti non sono così rosei e che il rendimento da dividendo tanto cercato potrebbe essere tagliato, gli investitori hanno innescato la retromarcia e fuggono dal titolo. Il payout, la percentuale di utili netti che viene destinata ai dividendi, è attualmente superiore al 100%. La revisione al ribasso degli utili porterà questo ratio ben al di sopra del 100%. L’azienda sta distribuendo molto più di quanto potrebbe e gli esperti sono convinti che questa situazione non sia sostenibile.

Negli ultimi anni, l’interesse per il dividend yield ha seguito una traiettoria ascendente. Per esempio, il payout dell’indice Standard and Poor’s 500 è sui massimi degli ultimi decenni, spinto anche dalla febbre per le operazioni di buyback. Quando le società si concentrano sul breve termine, si finisce sempre con il compromettere i risultati conseguibili in futuro. Le imprese stanno diminuendo gli investimenti tesi a generare valore nel lungo termine per aumentare i rispettivi payout ratio. Attualmente, tra dividendi e acquisto di azioni proprie, le società Usa stanno spendendo in media il 91% degli utili realizzati.


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