Obbligazioni, i vantaggi di un approccio flessibile

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Le politiche accomodanti di Fed e Bce e i tassi d’interesse sotto zero hanno spinto i gestori obbligazionari a muoversi con maggiore elasticità tra le varie asset class con l’obiettivo di portare a casa un po’ di rendimento. Ne abbiamo parlato con Claudio Ferrarese, gestore del fondo FF Flexible Bond di Fidelity International.

I fondi obbligazionari sono ancora in grado di offrire rendimenti interessanti?

Quest’anno abbiamo avuto rendimenti fantastici (4,5% da gennaio a ottobre) e nello scorso quinquennio non siamo stati da meno. Gestiamo questa strategia dal 2005 e i ritorni sono stati storicamente sopra il 7% con una volatilità media del 5%. Chiaramente su un ciclo di mercato lungo chi punta maggiormente sugli high yield farà presumibilmente meglio, ma è costretto ad assumersi un rischio tre volte superiore. Quindi noi abbiamo dimostrato di essere in grado di portare a casa rendimenti interessanti ma con molti meno rischi per il cliente: questa è l’idea di fondo del prodotto. A riprova di questo approccio, nel 2008-2009, nel momento più difficile della crisi dei mercati globali, il fondo perdeva “solo” l’8% ma è stato capace di risalire la china in appena sei mesi. Se guardiamo, invece, l’andamento delll’high yield nello stesso periodo, questi titoli erano sotto del 35% e hanno recuperato il 10%. Quindi, il Flexible Bond di Fidelity ha evidenziato al contempo ribassi più contenuti e risalite più veloci, ma nel 2018 occorrerà essere ancora più selettivi per raggiungere dei risultati in linea con le nostre aspettative, che sono leggermente meno positive rispetto al passato, poiché i titoli evidenziano valutazioni non certo da saldo e gli spread sono in restringimento. Benché le banche centrali stiano iniziando a ridurre gli acquisti mensili di obbligazioni, l’atteggiamento resta ancora largamente accomodante: la Bce, ad esempio, continuerà a comprare sul mercato almeno fino al settembre prossimo, anche se l’intensità degli acquisti sarà inferiore.

Perché un investitore dovrebbe inserire un fondo obbligazionario nel proprio portafoglio?

L’investitore è sempre alla ricerca di un buon mix tra rendimento, bassa volatilità e decorrelazione dall’equity. Nell’attuale ciclo di investimento l’accoglimento di questi tre elementi rappresenta senz’altro un punto di forza del nostro fondo. Anche perché solitamente la maggior parte dei nostri clienti utilizza il fondo insieme ad altri strumenti che hanno caratteristiche più “equity like”. Cerchiamo, nella pratica, di offrire performance durante l’intero ciclo e nel lungo periodo grazie a un approccio flessibile, slegato quindi da un benchmark che, specie nell’attuale scenario di mercato nel quale le quotazioni dei bond sono molto tirate, rischia di limitare parecchio le scelte strategiche del gestore. Nel dettaglio, il FF Flexible Bond Fund di Fidelity è costituito dal 20% di titoli governativi, dal 60% di investment grade e per il restante 20% da obbligazioni high yield. Questa, in sintesi è la base di partenza, ma nella pratica ci muoviamo molto. Siamo infatti in grado di aggiungere rendimento facendo una asset allocation attiva, utilizzando tutta la flessibilità che questo fondo assicura. Poi facciamo anche investimenti di tipo tattico, che non aumentano in alcun modo il rischio, ma ci permettono di apportare idee nuove e differenti per migliorare sia il rapporto rischio/rendimento del fondo sia i rendimenti.

Cosa vi attendete dalla Fed e dalla Bce dal punto di vista del rialzo dei tassi?

Crediamo che nel 2018 la Fed darà vita a due o tre rialzi, in linea con le aspettative del mercato, che ha già prezzato questo scenario, mentre la Banca centrale europea, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, potrebbe intervenire alzando i saggi di riferimento, che in ogni caso dovrebbero restare ancora in territorio negativo.

Qual è la vostra view a livello globale?

La crescita globale è a livelli, tutto sommato, contenuti e questo scenario è dovuto a tre problemi fondamentali: il debito a livelli elevati, la produttività che stenta a decollare (nel Regno Unito, ad esempio) e la percentuale di over 60 in costante aumento. In questa situazione crediamo quindi che la crescita, a livelli di prodotto interno lordo, resterà contenuta, così come l’inflazione e il livello dei tassi. Passando alla volatilità manifestatasi sui mercati negli ultimi 12 mesi, se contiamo i mesi in cui questa variabile è stata sotto al livello 10, constatiamo che solo negli anni ‘70 e, successivamente nel decennio dei ’90, abbiamo avuto periodi simili, ma oggi ci avviciniamo a livelli record. Questo mese, inoltre l’indice S&P è finito in territorio positivo per l’undicesimo mese consecutivo e questo è un record assoluto. Per questi motivi siamo più cauti per l’anno prossimo, in virtù anche delle evoluzioni possibili. Va da sé che la possibilità di potersi muovere con un approccio flessibile e globale rappresenta un’opportunità molto importante.

Vice direttore di Fondi&Sicav, il mensile dedicato all'industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria


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