Mai perdere di vista il lungo termine

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Dopo quasi due anni di crescita ininterrotta dei principali mercati azionari, nel giro di due settimane la Borsa americana ha lasciato sul terreno circa il 10% del suo valore, seguita dai mercati europei che hanno perso intorno all’8%. A inaugurare questa fase di turbolenza è stato il pesante crollo avvenuto a Wall Street lunedì 5 febbraio, quando l’indice S&P 500 ha chiuso la giornata con un – 4,11%, il Nasdaq ha perso il 3,78% e il Dow Jones il 4,78%.
Un calo così pesante in una sola giornata non si vedeva dall’agosto del 2011, quando i timori di un contagio della crisi del debito sovrano europeo fecero tremare i mercati di tutto il mondo.

Oggi le preoccupazioni sono meno gravi, e traggono origine paradossalmente da un quadro economico positivo. La crescita robusta dell’economia statunitense sta rendendo più probabile il concretizzarsi di tensioni inflazionistiche più forti rispetto ai mesi passati, con la conseguenza che potrebbe rendersi necessario un rapido rialzo dei tassi d’interesse. Potenzialmente questo contesto segna la fine simbolica dell’era del “denaro a buon mercato”, che ha in questi anni contribuito in maniera sostanziale a spingere al rialzo i prezzi degli asset. Il tempo dei programmi di stimolo messi in campo dalle Banche centrali a partire dal 2008, dal denaro a basso costo al quantitative easing, potrebbe essere finito.

Tuttavia, quando si verificano momenti di turbolenza sui mercati, è saggio e utile mantenere lo sguardo sul lungo termine, pur tenendo sempre a mente che le performance passate non sono una guida per il futuro, e ricordando sempre che quando si investe esiste sempre un rischio di perdita dei capitali.

Il primo punto da considerare è che il 5 febbraio scorso è stata solo una delle 33 peggiori giornate vissute da Wall Street negli ultimi 30 anni. Schroders ha analizzato l’andamento del principale indice di Borsa americano, l’S&P 500, negli ultimi tre decenni, focalizzandosi sulle dieci giornate peggiori. I dati, elaborati a partire dal 1988, hanno evidenziato che, in media, l’indice statunitense delle aziende a maggiore capitalizzazione ha registrato performance medie annue del 13,6% (compresi i dividendi) nei cinque anni successivi ai dieci giorni peggiori di Borsa.
Il rimbalzo più robusto è avvenuto dopo il crollo del 6,7% registrato il 20 novembre 2008, una delle giornate più nere durante la crisi finanziaria globale: nei cinque anni successivi l’indice ha guadagnato complessivamente il 164%, con ritorni annualizzati del 21%. Tradotto, chi avesse effettuato in quella giornata un investimento di 10.000 dollari, dopo cinque anni se ne sarebbe ritrovati in tasca 26.400 lordi.

Questo schema si è ripetuto in modo abbastanza simile in molti dei periodi seguiti ai giorni più neri di Borsa dell’ultimo trentennio, ben sei dei quali, e non è una sorpresa, sono racchiusi in un periodo di tempo di soli quattro mesi, tra settembre e dicembre 2008. Il crollo più pesante si è avuto il 15 ottobre 2008, quando Wall Street chiuse la giornata con un calo del 9,03%. Nei cinque anni successivi l’indice  però mise a segno una performance media annua del 15,9%.

Oltre al 2008, altri quattro anni figurano nell’analisi di Schroders: 1989, 1997, 1998 e 2011. Il sell-off avvenuto il 27 ottobre 1997, nel quale Wall Street chiuse con un calo del 6,87%, fu causato dalla crisi economica in Asia. Il crollo del 31 agosto 1998, che fu di dimensioni analoghe (-6,80%), si verificò poco dopo un default del debito in Russia. Infine lo scivolone del 13 ottobre 1989, ribattezzato il mini venerdì nero, avvenne poco prima della recessione degli anni ’90. I recuperi seguiti a questi crolli furono meno impressionanti rispetto al post 2008, nonostante in molti casi iniziarono con un importante rally. Per esempio, cinque anni dopo il crollo del 1987, l’indice S&P 500 aveva generato una performance complessiva del 9,6%, con ritorni annuali solo dell’1,85%. Cinque anni dopo il crollo del 1998, le performance azionarie totali si erano attestate al 13%. A un quinquennio di distanza dal peggiore sell-off legato alla crisi del debito sovrano dell’Eurozona, nell’agosto 2011, il ritorno è stato invece del 117%.

Come già sottolineato, le performance del passato non è detto che si ripetano nel futuro e non esiste nessuna legge che lo garantisca, ma per una corretta gestione dei propri investimenti non bisogna mai perdere di vista l’orizzonte temporale di lungo termine.


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