L’inflazione latita. Colpa dei monopsoni

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Poche grandi imprese concentrano gran parte della domanda di lavoro e frenano il trend di crescita dei salari nelle economie sviluppate.

Le ultime letture sull’andamento dei salari nel mondo mostrano una tendenza sorprendente. Nei paesi sviluppati la crescita delle remunerazioni si è andata riducendo negli ultimi anni nonostante il calo del tasso di disoccupazione e la ripresa del Pil (almeno quella registrata fino a pochi mesi addietro). La teoria economica sostiene che i salari salgano più rapidamente nelle fasi in cui la disoccupazione si riduce e il mercato del lavoro raggiunge una situazione prossima alla piena occupazione (obbligando le società a farsi concorrenza per accaparrarsi le unità lavorative disponibili sul mercato).

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la crescita reale (scontata dell’inflazione) dei salari nei paesi sviluppati si è attestata all’1,7% nel 2015, allo 0,9% nel 2016 e allo 0,4% nel 2017. Nel Vecchio Continente (escludendo i paesi dell’Europa orientale), i salari reali sono cresciuti dell’1,6% nel 2015, dell’1,3% nel 2016 e sono rimasti stabili nel 2017 (stagnazione dovuta alla minore crescita di paesi come Francia e Germania e alla caduta dei compensi lavorativi reali in Spagna e Italia).

Anche se sembra che nel biennio 2018-2019 i salari potrebbero avere recuperato terreno in paesi come Stati Uniti e Germania, i rialzi continuano a mostrare tassi bassissimi se si analizzano gli indicatori tradizionalmente utilizzati per il mercato del lavoro. Gli economisti credono che questo ‘mistero dei salari’ sia da addebitare a una serie di fattori.

Alcune spiegazioni possibili del mistero sono la crescita ridotta della produttività, l’intensificarsi della concorrenza globale, il minore potere di negoziazione dei sindacati e l’incapacità delle statistiche di captare i punti deboli del mercato del lavoro.

L’affiliazione dei lavoratori ai sindacati e il potere di questi ultimi nelle negoziazioni salariali hanno subito un brusco calo nel corso degli ultimi trenta anni. Questo fattore potrebbe essere un elemento chiave per spiegare la frenata della progressione dei salari (anche se l’effetto di questa variabile è più legato alla prosecuzione di un trend di lungo termine che non a quanto accaduto negli ultimi anni).

Gli economisti della Banca Centrale del Canada hanno concentrato l’attenzione su uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni: la concentrazione del potere nelle mani di grandi colossi. Questa concentrazione avrebbe raggiunto livelli tali da condizionare il trend di crescita dei salari. Questo gruppo di esperti parla di una situazione prossima al monopsonio, che si manifesta quando pochi player concentrano la quasi totalità della domanda.

In questo caso alcune imprese di grandi dimensioni si accaparrano la maggior parte della domanda di lavoro, riducendo di fatto la concorrenza tra aziende. I colossi aziendali possono offrire salari pre-confezionati senza affrontare alcun tipo di trattativa con i lavoratori e obbligare alla firma di clausole che riducano la mobilità dei lavoratori. Uno dei fattori che ha supportato in passato le dinamiche salariali è stata proprio la possibilità per i lavoratori di spostarsi da un’azienda ad un’altra che offrisse condizioni più remunerative.

Il team indica anche le riforme del mercato del lavoro -in particolar modo quelle che hanno trovato spazio in Europa- tra i fattori responsabili della stagnazione dei salari. Le riforme hanno eliminato le rigidità dei salari nei momenti di debolezza dell’economia (i salari avevano un floor che non poteva essere sfondato al ribasso). Questo ha fatto calare il numero di lavoratori espulsi durante le crisi ma ha anche alimentato la nascita dei minijobs e dei lavori a tempo parziale che tanto peso rivestono nello spingere al ribasso i salari.


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