L’inflazione continuerà a latitare?

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A che punto siamo con l’inflazione, visto che ci sono germogli verdi di inflazione osservabili in vari Paesi? In particolare, in alcuni mercati emergenti, ma anche nel mondo industrializzato. Qui dobbiamo soprattutto fare distinzione tra Europa e Stati Uniti.

L’inflazione globale è diminuita materialmente dopo la crisi finanziaria, ma recentemente ci sono stati segni di stabilizzazione. Il principale indicatore dell’inflazione negli Stati Uniti è aumentato costantemente dal 2015. Inoltre, con la disoccupazione ai minimi da diversi anni e una domanda di lavoratori qualificati che eccede l’offerta, potrebbero concretizzarsi ulteriori pressioni al rialzo dei salari.

In Europa, il contesto di bassa inflazione è stato ancora più acuto a causa delle politiche di austerità e della contrazione della domanda interna. La revisione strategica della definizione e del calcolo dell’inflazione, da parte della Bce, e l’inclusione dei prezzi del mercato immobiliare nel calcolo dell’inflazione potrebbero avere un impatto tangibile.

Nel Regno Unito, il tasso di inflazione annuale si colloca al livello più basso dal 2016. L’incertezza relativa alla Brexit, che porta a un rallentamento della crescita economica, appare come un probabile fattore determinante. Queste incertezze continueranno a permanere durante quest’anno di negoziati serrati con la Ue, in vista di un accordo di libero scambio.

Molti Paesi emergenti stanno riconvertendo la propria economia, non focalizzandosi esclusivamente sull’aumento della capacità produttiva. La Cina ne è un esempio emblematico. Nel tempo, ciò potrebbe alimentare una maggiore pressione sui costi per la produzione globale.

Se l’inflazione dovesse risvegliarsi, probabilmente potrebbe essere destinata a non farlo di soprassalto. Ci sono ragioni strutturali per cui è così, a cominciare dai trend demografici, proseguendo con la mancanza di investimenti, per finire con la debolezza recente del prezzo del petrolio. In particolare i primi due elementi hanno un ruolo importante nel mantenere l’inflazione bassa, perché anche se i tassi di disoccupazione sono bassi e i salari sono in crescita, il potenziale di crescita dell’economia può risultare meno elevato che nei cicli economici passati. Ciò premesso, una possibile dinamica rialzista dell’inflazione è uno scenario che non si può escludere e in questo senso è opportuno guardare con attenzione alle opportunità che i mercati finanziari presentano per affrontarlo al meglio.

Un’accelerazione globale dell’inflazione darebbe una spinta positiva a tutte le obbligazioni indicizzate all’inflazione, almeno in relativo rispetto alle obbligazioni con cedola fissa. Nell’area Euro, a seguito dell’attuale revisione strategica della Bce, una decisione sull’opportunità di modificare l’obiettivo di inflazione dovrebbe essere raggiunta entro l’anno. L’inclusione dei prezzi immobiliari potrebbe provocare una rivalutazione di tutte le obbligazioni indicizzate all’inflazione emesse dai Paesi dell’area Euro, in modo omogeneo lungo tutta la curva dei rendimenti.

Se l’inflazione di fondo dovesse rimanere nell’1,5% per un periodo più lungo, la Bce avrà bisogno di ottime ragioni o, in alternativa, di nuove ragioni molto innovative per giustificare un nuovo ciclo di allentamento monetario. E anche se guarda ufficialmente all’inflazione globale, un calo di questa misura sarebbe un cattivo motivo per la Bce per agire, poiché non può fare nulla per le componenti volatili e/o esterne come i prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari.


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