Le radici profonde della Brexit

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Tutto è partito da David Cameron, che promise di indire un referendum per accontentare gli euroscettici del suo partito, pensando che giammai avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta. Contro ogni pronostico, la ottenne.

Dopo questo passo falso, Cameron decise di limitare il potere del Governo per appoggiare l’opzione remain con l’obiettivo di calmare gli animi dei suoi ministri favorevoli alla Brexit. Nel frattempo, i laburisti, un partito da sempre favorevole al remain, hanno eletto un leader euroscettico come Jeremy Corbin, nel bel mezzo di una ribellione dell’ala sinistra del partito contro la parte più centrista. Il risultato fu che lo scenario britannico diventò in breve tempo favorevole alla Brexit.

Dopo la vittoria dei pro-Brexit al referendum (52% versus 48%), Cameron rassegnò le dimissioni per lasciare il posto all’arrivo di un ministro euroscettico. In realtà, nella prima parte del post-Cameron, tutti i candidati pro- Brexit sono stati gradualmente eliminati dalla competizione a causa di tensioni pubbliche o errori madornali. Alla fine Theresa May, che aveva votato a favore del remain, è stata nominata nuovo primo ministro per difetto, cioè senza pervenire a una votazione tra i militanti.

La May ha giocato le due carte a sua disposizione forse nel peggiore dei modi (col senno di poi). In primis, diede il via libera nel marzo 2017 al cronometro che avrebbe portato il paese verso la Brexit, senza aver programmato nulla e lasciando a Bruxelles la possibilità di imporre norme di negoziazione e scadenze. Successivamente la May ha indetto elezioni anticipate nel tentativo di ottenere una maggioranza schiacciante (così come indicavano i sondaggi che le davano ben venti punti percentuali di vantaggio sui laburisti) da utilizzare per chiudere in tempi stretti la questione Brexit.

Secondo molti osservatori è stata la peggiore campagna elettorale degli ultimi decenni. La May ha infatti perso la maggioranza e si è guadagnata l’appellativo di MayBot per l’attitudine ‘robotica’ dei suoi movimenti. Theresa May è rimasta in balia dell’oposizione e degli estremisti interni al suo partito, gruppi che non hanno nulla a che vedere con l’idea di soft Brexit propugnata dalla May.

Tuttavia, il problema più grave è che in questi ultimi anni si è assistito a un’accelerazione della polarizzazione del paese. Molti dei cittadini britannici che vedevano l’UE come qualcosa di positivo ma distante, sono nel frattempo diventati filoeuropeisti radicali disposti a manifestare e raccogliere firme -finora 6 milioni di firme- per sostenere la permanenza nell’UE. Nello stesso periodo, molti cittadini che hanno sperato nel raggiungimento di un accordo simile a quello che regola i rapporti tra la Norvegia e l’UE, adesso chiedono una rottura più forte e accusano la May di tradimento.

L’ambiente politico è sempre più teso e molti deputati non sanno che direzione prendere. Tutto sembra indicare che entro la fine del 2019 Theresa May non sarà più il primo ministro britannico, tuttavia, il suo partito è restio a chiedere una nuova tornata elettorale perché ha molta paura di incorrere in una batosta elettorale. Nessuno sa con precisione cosa accadrà domani o tra un mese, ma tutti si chiedono se il caos dell’era May sia stato più dannoso di quello -molto temuto nel 2015- ipotizzato con l’eventuale arrivo al potere dell’allora leader laburista Ed Miliband.


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