Le good news della Mifid II

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Mancano pochi mesi all’entrata in vigore della direttiva Mifid II, che a partire dal gennaio 2018 impegnerà gli specialisti del settore finanziario a una maggiore personalizzazione del servizio e alla predisposizione di presidi più elevati in termini di trasparenza per i risparmiatori. Sulla trasparenza dei costi si giocherà infatti una partita importante per reti di distribuzione e asset manager.

Le performance da sole non basteranno più, perché nella scelta del fondo comune più adatto alle proprie esigenze sarà sempre più importante valutare con attenzione anche il profilo commissionale, quindi eventuali costi d’ingresso e di uscita, le spese annue di gestione e le commissioni di performance.

Nel segno della trasparenza, Mifid II segnerà la fine di alcune spese più “nascoste” come appunto queste ultime dette anche commissioni di incentivo o di overperformance.

In linea teorica le commissioni di performance dovrebbero allineare gli interessi del cliente e quelli delle società prodotto, poiché più il fondo sottoscritto dall’investitore è in grado di macinare performance più il gestore viene remunerato per la capacità di generare rendimenti. I risparmiatori affidano infatti a un gestore il proprio denaro proprio perché questi compia scelte di investimento in grado di creare valore e faccia meglio del benchmark o mercato di riferimento. In linea teorica, le commissioni di performance dovrebbero essere addebitate dalle case prodotto ai risparmiatori quando il fondo è in territorio positivo, genera un rendimento e la sua curva di crescita è in salita. È quindi interesse del sottoscrittore che il gestore faccia del suo meglio per far crescere il valore del patrimonio investito, assumendo o meno rischio a seconda delle opportunità che vede sui mercati.

Il problema è che spesso le commissioni di performance rappresentano un costo ingiustificato per il risparmiatore che non sempre viene correttamente e chiaramente esplicitato: con un gioco collegato alla periodicità di questo tipo di pagamento, alcune società applicano questi costi anche quando la curva del fondo segna una crescita, ma questa segue un momento di grossa discesa o, addirittura, l’investimento è in territorio negativo ma il gestore,  ad esempio, ha portato la performance da un pesante -10% a un meno pericoloso -4%.

Per ovviare a questo problema c’è un sistema, chiamato “high water mark assoluto”, che stabilisce che le commissioni di perfomance che il gestore può addebitare al fondo debbano essere calcolate tenendo conto non soltanto dei rendimenti positivi, ma anche delle eventuali perdite pregresse. Si tratta di una modalità di calcolo delle commissioni di performance grazie alla quale gli asset manager partecipano ai rischi sottostanti la gestione, soprattutto in caso di rendimenti negativi. In sintesi, l’incentivo può essere incassato dagli asset manager solo se il valore della quota del fondo del cliente è cresciuto e il livello toccato risulta comunque superiore a quello più elevato mai raggiunto.

Proprio in vista della Mifid II, non casualmente, le società di gestione hanno iniziato a muoversi più cautamente sul fronte delle commissione di performance, abbassando i livelli commissionali o utilizzando il sistema del high water mark continuo. Per una volta una norma comunitaria va a tutto vantaggio dei risparmiatori.

 

 

Vice direttore di Fondi&Sicav, il mensile dedicato all'industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria


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