Le cause della prossima crisi finanziaria

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La prossima crisi finanziaria? Sarà provocata da una crisi di liquidità. E’ questa la previsione di Marko Kolanovic, uno degli analisti più rispettati di Wall Street, capo delle strategie quantitative e analista senior di J.P.Morgan.

Dopo lo scoppio della crisi nel 2008, spiega l’analista, le Banche centrali, per salvare il sistema finanziario, hanno acquistato asset per 15.000 miliardi di dollari. Ora però le politiche accomodanti adottate dalle Banche centrali nell’ultimo decennio, dal mantenimento dei tassi di interesse vicini allo zero agli acquisti di attività finanziarie, stanno per giungere al termine. Secondo Kolanovic, questa “normalizzazione delle Banche centrali” potrebbe causare un crollo dei prezzi delle attività finanziarie e problemi di liquidità sul mercato, e ha definito questo ipotetico scenario “La Grande Crisi di Liquidità”.
Essenzialmente, Kolanovic vede come responsabili, almeno in parte, della prossima crisi proprio le azioni intraprese per reagire alla crisi del 2008 e come si è evoluto il sistema finanziario negli anni seguenti. L’ultima crisi, spiega infatti l’analista, ha cambiato in maniera profonda le modalità con le quali il mercato può prevenire le turbolenze e recuperare a seguito di crolli significativi dei prezzi degli asset e improvvisi deflussi di denaro dal mercato.

Uno dei cambiamenti più importanti avvenuto nell’ultima decade è stato il massiccio spostamento di denaro dagli investimenti attivi ai fondi passivi (come ad esempio gli Etf). Come spiega Kolanovic, circa 2.000 miliardi di dollari sono stati disinvestiti dalle strategie attive e sono stati riversati in strategie passive e di momentum. Questa dinamica ha però ridotto la possibilità dei cosiddetti investitori value, ovvero gli investitori che acquistano quando i prezzi degli asset sono bassi, di entrare in maniera massiccia sul mercato nelle fasi di selloff, quando i mercati scendono, e fornire quindi una “rete di protezione” alle eccessive distorsioni e ai crolli dei prezzi.

Un altro cambiamento che potenzialmente potrebbe concorrere a causare una crisi di liquidità è l’enorme quantità di denaro che nell’arco dell’ultimo decennio è stata investita in asset quali il private equity, il settore immobiliare, e altri asset illiquidi. Questo ha ridotto la volatilità giornaliera (e quindi la percezione del rischio) dei portafogli degli investitori, al contempo amplificando la possibilità di un “rischio estremo legato alla liquidità”, perché queste attività, essendo illiquide, sono difficili da acquistare e vendere, per cui chi le detiene può andare incontro a perdite ingenti perché non riesce a liberarsene nel momento in cui il loro valore iniziasse a scendere.

Un altro pericolo è rappresentato dalla crescita esponenziale delle strategie sistematiche, basate quindi su algoritmi matematici. Queste strategie si basano su momentum e volatilità di un asset per stabilire il suo livello di rischio. Uno shock di mercato porterebbe queste strategie, proprio per come sono programmate, a vendere sistematicamente sulla debolezza.

Kolanovic sottolinea anche come negli ultimi vent’anni la maggior parte dei modelli di rischio sono stati basati, correttamente, sul principio che, in un portafoglio, le obbligazioni servano a bilanciare i potenziali rischi della componente azionaria. Ma in un contesto di inversione delle politiche monetarie come quello attuale, questo assunto con ogni probabilità verrà smentito.

Le previsioni dell’analista di J.P Morgan giungono in un momento nel quale i mercati azionari americani continuano a registrare nuovi record, mentre la volatilità si mantiene ai minimi degli ultimi decenni. Ma attenzione, rimarca ancora Kolanovic, a non confondere bassa volatilità con basso rischio. A volte le attività e i titoli sopravvalutati non hanno forti oscillazioni di prezzo, ma questo non significa che non siano rischiosi.


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