La ricchezza non finanziaria delle famiglie italiane

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9.561 miliardi di euro. E’ il valore dello stock di attività non finanziarie detenute nel 2016 dall’insieme dei settori istituzionali in Italia, che comprende famiglie, società e amministrazioni pubbliche, secondo i dati diffusi dall’Istat.

Oltre l’84% dello stock di attività non finanziarie è costituto da immobili, tra i quali gli immobili residenziali pesano per il 60% e quelli non residenziali per oltre il 24%. Gli altri beni di capitale fisso, materiale e immateriale rappresentano più del 9%. Le scorte pesano circa il 4%, i terreni agricoli meno del 3% del totale.

Le famiglie e le ISP, ovvero le istituzioni sociali private senza scopo di lucro al servizio delle famiglie, possiedono quasi il 66% della ricchezza complessiva, pari a 6.302 miliardi di euro, e di questi 5.971 miliardi (circa il 95%) sono rappresentati da immobili: l’84% sono abitazioni, mentre gli immobili non residenziali pesano per l’11%.

Complessivamente, le famiglie e le ISP detengono il 92% del patrimonio immobiliare residenziale. Ricostruendo la serie storica del valore dello stock delle abitazioni a partire dal 2001, emerge come nel periodo 2001-2016 questo sia cresciuto del 76%, passando da 3.268 a 5.738 miliardi. Il tasso di crescita è stato particolarmente sostenuto sino al 2008, con un incremento medio annuo del 9%, e più contenuto ma sempre positivo tra il 2008 e il 2011 (una media annua del+1,6%), con il risultato che il valore dello stock abitativo ha toccato un picco quasi doppio rispetto al 2001. Dal 2012 la tendenza si è invertita, con la discesa dei prezzi che ha causato una riduzione del valore medio delle abitazioni e la conseguente contrazione del valore della ricchezza abitativa, che nel 2016 risulta inferiore dell’8,1% rispetto a quella del 2011, con un calo medio annuo dell’1,7%. Come evidenziato da numerosi osservatori del mercato immobiliare, a partire proprio dal 2016 si sono registrati i primi segnali di recupero dei prezzi, che hanno frenato la discesa dei valori medi degli immobili residenziali.

Insieme ai dati sullo stock di ricchezza non finanziaria, il report elaborato dall’Istat riporta le stime del valore dello stock di beni di consumo durevoli delle famiglie. In questa categoria rientrano i beni utilizzati ripetutamente dalle famiglie per periodi di tempo superiori a un anno (un esempio è l’automobile) e assimilabili a beni capitali ma classificati come consumi finali secondo gli schemi di Contabilità Nazionale.
Nel 2016 lo stock di beni durevoli ammonta a 555,4 miliardi. Negli anni compresi tra il 2001 e il 2008 il suo tasso di crescita è risultato piuttosto sostenuto, con un incremento medio annuo del 3,3%, e il 2006 è stato l’anno caratterizzato dal maggiore aumento, con un +4,8%. La crescita è proseguita a un ritmo sostenuto anche nel triennio successivo, sebbene in rallentamento, con un aumento medio annuo che tra il 2008 e il 2011 si è attestato a +2,6%.

Il valore dello stock di beni durevoli ha registrato una contrazione consistente nel 2013 (-3,5%) e la discesa è proseguita negli anni successivi (il tasso di variazione medio annuo nel periodo 2011-2016 è stato -1,8%); nel 2016 il calo ha segnato una decelerazione (-1% rispetto all’anno precedente), ma la tendenza non si è ancora invertita. Questo andamento è da ricondurre soprattutto alla dinamica fortemente negativa di una delle voci più importanti tra i beni durevoli: l’automobile. Un mercato la cui recente ripresa non è stata sufficiente a compensare il crollo degli anni precedenti. Il risultato è che il valore complessivo dei beni durevoli in possesso delle famiglie italiane è oggi inferiore a quello di dieci anni fa.


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