La forza del dollaro mette all’angolo i mercati emergenti

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Gli investitori cominciano a pesare l’ampliamento del differenziale di rendimento tra Stati Uniti ed Eurozona.

Qualche settimana fa, dopo che il Treasury decennale ha superato il 3% (rendimento annuo), in scia alla conferma della decelerazione della crescita europea da parte della Bce, il biglietto verde ha cominciato a recuperare, sessione dopo sessione, la forza persa nella prima parte dell’anno.

Il rafforzamento del dollaro non lascia indifferenti gli investitori. I paesi emergenti sono particolarmente sensibili alle fluttuazioni di quest’asset e a quelle dei tassi d’interesse Usa. Qualcosa di simile è accaduto nel 2013, quando l’allora presidente della Fed Ben Bernanke annunciò la possibilità di ritirare gli stimoli all’economia.

Fino a pochi giorni fa, le economie emergenti avevano resistito bene all’irrigidimento della politica monetaria statunitense grazie al supporto derivante dai buoni dati macro-economici e a quello della favorevole evoluzione dei prezzi delle materie prime.

Nel corso del 2017, gli Em bond denominati in usd avevano assorbito gran parte del rialzo dei tassi d’interesse attraverso la compressione del differenziale del credito. Negli ultimi tre mesi si è verificata una correzione sia del segmento degli Em bond denominati in usd sia di quelli denominati in valuta locale. I paesi che hanno la maggior parte del loro debito denominato in dollari hanno cominciato a patire uno scenario in cui diventano sempre più onerosi i costi di finanziamento.

L’aumento dei rendimenti dei titoli di stato Usa sta attraendo capitali verso gli Stati Uniti e buona parte di queste risorse si spostano proprio dai mercati emergenti. I tassi più elevati a carico di stati e imprese degli Em si stanno trasformando in un fattore di rischio che inizia ad essere pesato nelle quotazioni dei bond e delle valute emergenti. La valuta più penalizzata è stato il peso argentino, che cede più del 20% da inizio anno. Nello stesso lasso di tempo, la lira turca perde il 14%, il real brasiliano il 9,3%, il rublo russo quasi il 10%.

Alcuni paesi emergenti stanno cercando di contrastare la svalutazione delle divise locali con la vendita di parte delle riserve di valuta estera. L’obiettivo è coprire la domanda di usd. Tuttavia, Cina a parte, le dimensioni delle riserve sono di dimensioni tali da non poter sortire l’effetto sperato. Secondo l’IIF, per cercare di porre un freno alle svalutazioni senza provocare grandi crisi, sarebbe preferibile optare per aumenti dei tassi d’interesse senza intaccare le riserve.

Negli ultimi anni, un numero elevato di imprese dei paesi emergenti ha tratto vantaggio dai tassi bassi negli Usa per finanziarsi mediante emissione di bond in usd. Con i dollari raccolti, le imprese hanno aperto depositi denominati in divise locali, molto meglio remunerati rispetto a quelli denominati nelle valute forti. Questo vantaggioso business –che rientra nel novero delle soluzioni offerte dal carry trade- è giunto al capolinea. Il maggior peso del servizio del debito finirà con l’avere effetti negativi sulle risorse da destinare alla crescita dei paesi emergenti.

Gli esperti ritengono che la nuova fase rialzista del dollaro avrà conseguenze anche sulle materie prime, che solitamente tendono a perdere terreno in periodi di forza dell’usd. Per ora non sembra essere questo il caso, con il petrolio che continua a lievitare in scia alle tensioni geopolitiche e agli effetti dei trattati commerciali.


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