Il reddito fisso è realmente ‘fisso’?

pexels-photo-139387Si prospetta un 2017 incerto per i bond. Ecco alcune variabili da non perdere di vista per scegliere i titoli da inserire in portafoglio

I titoli di debito a ‘reddito fisso’ devono il proprio appellativo al fatto che la cedola distribuita al sottoscrittore (con cadenza annuale, semestrale o trimestrale) è nota all’investitore e non dipende dagli utili conseguiti dall’emittente (come avviene nel caso dei dividendi distribuiti a favore dell’acquirente di titoli di azioni di una società), e alla restituzione a scadenza di un capitale prestabilito. Tuttavia, durante la loro vita, questi titoli vengono quotati sul mercato secondario allo stesso modo dei titoli azionari, ed il loro prezzo oscilla su valori inferiori o superiori al valore nominale.

Da quali fattori dipendono queste oscillazioni nella quotazione di un titolo a reddito fisso? Primo: i tassi di interesse. Se in portafoglio abbiamo un titolo acquistato al 100% del nominale emesso, avente scadenza a cinque anni ed un coupon del 3%. Se nel frattempo i tassi di interesse su scadenze similari si posizionano al 4%,la quotazione del nostro bond sarà approssimativamente di 95, visto che stiamo percependo l’1% in meno per cinque anni.

Secondo: il differenziale di credito. Ad ogni emittente, in funzione del rispettivo livello di affidabilità creditizia, si chiede un plus di rendimento che lo separa dalle emissioni considerate risk free. Lo spread a favore del sottoscrittore subisce continue variazioni in funzione delle oscillazioni subite dal livello di affidabilità creditizia (o rating). Nel caso dell’esempio anteriore, un incremento del differenziale di credito rispetto ai titoli risk free si tradurrà in un calo nella quotazione del titolo.

Terzo:la liquidità. Il mercato del reddito fisso non è paragonabile a quello dei titoli di rischio, dove è possibile incontrare una moltitudine di controparti, ragion per cui la mancanza di liquidità può imprimere sensibili ampliamenti della forchetta che comprende i prezzi di offerta e domanda.

Pertanto, in uno scenario come quello che si prospetta per il 2017, caratterizzato da probabili tensioni sul mercato dei government bond a causa dell’eccessivo indebitamento degli Stati, del ritorno di pressioni inflazioniste , di un’accelerazione della crescita economica e di scarso spazio di manovra per un’ulteriore riduzione degli spread, la prudenza dovrebbe dettare legge nel processo di selezione dei titoli da inserire in portafoglio.

Se i rendimenti dei titoli di stato considerati più sicuri si trovano sui minimi storici, lo si deve al fatto che le quotazioni dei bond sono sui massimi storici (la relazione tra i rendimenti e i prezzi è inversa, se calano i primi è perché aumentano i secondi). Pertanto, sia nell’ipotesi di acquisto diretto di titoli che di sottoscrizione di quote di fondi comuni obbligazionari con focus sui titoli con tripla A, l’investitore si espone a una duplice minaccia: per un verso la già descritta performance reale negativa, e per l’altro, il rischio di un sensibile calo delle quotazioni, con la conseguente perdita in conto capitale in caso di disinvestimento effettuato prima della scadenza.

Questa situazione riporta l’attenzione su una delle costanti che caratterizza da sempre il mondo degli investimenti: il binomio rischio-rendimento. Il fatto più paradossale è che la tendenza alla caccia ossessiva alla sicurezza è stata innescata e alimentata dalle banche centrali. Infatti, le numerose iniezioni di liquidità decise dalle autorità monetarie hanno messo spalle al muto gli investitori. Le scelte obbligate, almeno per il segmento obbligazionario, sono due: investire in strumenti che danno la sicurezza del rimborso del capitale nominale ma che offrono rendimenti reali negativi; decidere di assumersi rischi più elevati in termini di rimborso del capitale a scadenza per non perdere potere d’acquisto.


TOP