I segreti dello Smart Money Index

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Uno degli indici più famosi per comprendere quello che sta accadendo sui mercati azionari è lo Smart Money Index. Questo indice ha anticipato i più rilevanti movimenti rialzisti e ribassisti degli ultimi due decenni e, nonostante siano stati toccati nuovi massimi da parte dei principali indici statunitensi, mostra come il denaro si sia gradualmente allontanato da Wall Street dall’inizio dell’anno. Nei periodi di lateralità degli indici, molti operatori hanno approfittato dello stallo per ridurre lentamente le proprie posizioni detenute sull’equity Usa.

Se i grandi investitori hanno iniziato a ridurre il peso della Borsa Usa nei rispettivi portafogli, vale la pena domandarsi dove stanno posizionando il denaro. Le restanti economie industrializzate mostrano una minore forza rispetto a quella Usa. Questo giustifica l’assenza di flussi in crescita diretti verso i mercati di Europa e Giappone.

Alcune economie emergenti sono in difficoltà e in paesi come la Cina vi è molta incertezza sui possibili effetti derivanti dalla politica dei dazi voluta da Trump. L’andamento del mercato delle valute mostra un’accelerazione degli acquisti in usd (pertanto la dismissione di azioni Usa trova nuove opportunità in altri asset denominati nel biglietto verde).

In un contesto di rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed, il reddito fisso non sembra essere l’opzione prediletta, in particolare se si tiene conto che le stime per l’inflazione Usa la posizionano al di sopra del target Fed del 2%. Se il denaro investito dagli istituzionali riduce l’espozione all’equity e resta in asset denominati in dollari le opzioni rimanenti sono tre: liquidità, immobili e materie prime.

E’ poco probabile che si opti per la liquidità in una fase d’inflazione crescente. Il mercato immobiliare presenta prezzi elevati nella maggior parte delle grandi città prese in considerazione dai grandi capitali per effettuare investimenti nel settore. Restano le materie prime.

Uno degli indici più completi per esporsi al variegato mercato delle materie prime è il Thomson Reuters CRB Commodity, che non tiene conto solo dell’evoluzione del prezzo del petrolio ma estende il suo raggio d’azione a cacao, caffè, mais, soia, grano, zucchero (e a metalli come alluminio, oro, rame, argento).

L’indice ha sperimentato una fase ribassista dalla primavera del 2011 fino all’inizio del 2016 perdendo circa la metà del suo valore. Da allora il recupero della quotazione è stato di circa il 25%. Se mettiamo a confronto il picco raggiunto dall’ultimo ciclo rialzista delle materie prime con la fine del trend ribassista e il prezzo attuale, è possibile notare come la quotazione del petrolio sia passata dai 125 usd al barile a 35 usd e posizionarsi attualmente intorno agli 75 usd. Lo stesso movimento si vede per la libra d’uranio: dai 70 usd a 18 usd per poi recuperare fino a 26 usd a metà settembre.

Tutto sembra indicare che il denaro gestito dai grandi investitori istituzionali sta prendendo la strada che porta alle materie prime che, dopo aver registrato pesanti cadute per cinque anni consecutivi, si trovano ancora su livelli interessanti e lontani dai minimi dell’ultimo ciclo.


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