Fondi comuni d’investimento, come affrontano le ondate di rimborsi?

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I fondi comuni d’investimento offrono un buon livello di liquidità ai propri sottoscrittori. In generale risulta più facile, immediato e conveniente negoziare quote di un fondo rispetto all’acquisto/vendita diretta degli asset in cui investono.

Tuttavia, il vantaggio del buon livello di liquidità offerto da questi veicoli d’investimento non è immune dall’esistenza del classico ‘rovescio della medaglia’. Nelle fasi di panico, caratterizzate solitamente da una forte accelerazione delle richieste di rimborso, i gestori sono costretti a disfarsi in tempi stretti di una parte degli assets per soddisfare le domande dei sottoscrittori. E’ inevitabile che queste vendite si ripercuotono negativamente sulla quotazione del fondo.

Per esempio, un fondo può ospitare in portafoglio titoli di una società prezzati a 10 euro (intesa come quotazione ufficiale in Borsa), tuttavia, se la vendita dell’intera partecipazione viene effettuata in una fase negativa per il mercato azionario, è probabile che l’offerta di vendita possa essere completamente soddisfatta solo a patto di accontentarsi di prezzi decrescenti. Magari ci potrà essere una domanda in grado di garantire la vendita di un pacchetto di titoli a 9.90 euro, ma è altamente probabile che i pacchetti successivi trovino una domanda posizionata su livelli di prezzo più bassi.

La liquidità che può offrire un fondo ai propri sottoscrittori dipende dalle dimensioni del fondo, dal mercato in cui opera (immobili, bond, azioni, altri fondi etc) e dagli asset in cui investe concretamente. Per rendersi conto dell’importanza del tema basti pensare che il rischio insito nella liquidità dei fondi è una variabile che viene costantemente analizzata dalle banche centrali, dagli analisti finanziari e dal Fondo Monetario Internazionale.

Nei periodi in cui si verificano forti ondate di richieste di rimborso si va incontro a tre possibili scenari.
La vendita degli asset più liquidi, quelli che il gestore riesce a vendere al prezzo migliore rispetto alle condizioni dettate dal mercato. La vendita degli asset più illiquidi, nel tentativo di liberare il portafoglio di tutte quelle attività finanziarie che potrebbe diventare illiquide. La vendita di tutti gli assets utilizzando gli stessi pesi per tutti quelli presenti in portafoglio.

Gli studi sui casi reali condotti dagli analisti, dimostrano che nella maggior parte dei casi i team di gestione propendono per la vendita degli asset più facilmente liquidabili per evitare che la quotazione delle quote del fondo subisca sensibili cali nel breve termine. L’obiettivo dei gestori è frenare l’emorragia in uscita e convincere una parte quanto più ampia dei sottoscrittori a non chiedere il rimborso totale delle quote possedute. In questo caso, gli effetti collaterali di quest’impostazione ricadono sui sottoscrittori che restano fedeli al fondo perché si ritroveranno con un prodotto che ha perso valore e caratterizzato da una cambio nella struttura del portafoglio sicuramente penalizzante.

La seconda opzione si basa sul sacrificio della quotazione del fondo a fronte della conservazione di un portafoglio più valido. In questo modo, i sottoscrittori che decideranno di abbandonare da subito il fondo saranno quelli che subiranno le maggiori perdite. Al contrario, quelli che restano ancorati al prodotto potranno fare affidamento su un portafoglio di buona qualità che potrà consentire un più rapido recupero delle perdite quando il mercato tornerà a essere favorevole.

La terza opzione –che sarebbe quella più logica per spalmare perdite di valore e di qualità del veicolo- è la meno utilizzata.


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