Eurozona, bene l’economia, male l’equity

business (22)

Nell’eurozona, il Pil presenta una crescita superiore al suo potenziale, il tasso di disoccupazione è in calo e gli indicatori macroeconomici presentano dati confortanti. Se a questo quadro d’insieme sommiamo il comportamento della Bce, avrebbe senso aspettarsi una buona evoluzione dei risultati aziendali, sostenuti dalla buona dinamica della domanda e dalla persistenza di condizioni di finanziamento ultra espansive.

Tuttavia, nel primo semestre dell’anno gli utili per azione hanno registrato un incremento del 5% (inferiore alle attese del 9%). A differenza delle società Usa, quelle europee non hanno potuto contare su una riforma fiscale così favorevole.
A livello di vendite complessive, le società europee hanno superato nettamente le stime. A questo punto è probabile che una prima spiegazione del gap tra Usa ed Eurozona risieda nel fatto che, seppure in presenza di una congiuntura favorevole, i margini di guadagno delle aziende sulle vendite si siano erosi.

L’erosione non riguarda la contrazione dei prezzi di vendita (che stanno salendo) ma al forte aumento dei costi di produzione e all’impatto negativo ascrivibile alla svalutazione di alcune divise. Il netto rialzo delle quotazioni di alcune materie prime (il prezzo medio semestrale del Brent si è rivalutato del 25,6% tra il secondo semestre del 2017 e il primo del 2018) ha supportato il risveglio dell’inflazione. In alcuni paesi (Germania in testa), la scarsità di manodopera implica forti rialzi del costo del lavoro.

Ad eccezione del Cac 40 e del Psi20, i principali indici azionari di Francia e Portogallo, le restanti Borse europee hanno chiuso i primi otto mesi dell’anno in terreno negativo. Nel periodo preso in considerazione, l’Eurostoxx 50, indice di riferimento europeo, accumula una contrazione dell’1,8%.

Il quadro che emerge sulla sponda opposta dell’Atlantico è nettamenete differente. Almeno a guardare l’andamento delle quotazioni. Nella prima metà dell’anno, l’utile per azione delle società quotate statunitensi è cresciuto in media del 25% (il consensus del mercato si aspettava una variazione del 20%). Si è trattato della crescita più rilevante dalla fine del 2010. Il fattore chiave per spiegare quest’accelerazione è la riforma fiscale voluta dal Governo Trump, che ha tagliato le imposte sulle società dal 35% al 21%.

La performance messa a segno dall’inizio dell’anno – l’indice Standard and Poor’s 500 è salito dell’8,9%- ha fatto lievitare il rapporto P/e delle azioni Usa fino a quota 18, un dato nettamente superiore a quello medio degli ultimi dieci anni (15,7). Il nuovo P/e, sommato alle attese per ulteriori rialzi dei tassi da parte della Fed e dell’inflazione, rende più difficile ipotizzare il mantenimento della forza del trend rialzista degli indici Usa.

Negli Usa, le dinamiche macroeconomiche continuano ad essere robuste. La forza della crescita del Pil (+4,1% nel secondo trimestre), un tasso di disoccupazione vicino ai minimi storici (la Fed stima che toccherà il 3,6% alla chiusura dell’anno) e alcuni indicatori in grande spolvero (Pmi manifattutiero e dei servizi), sono alcune delle variabili che descrivono il contesto favorevole du cui stanno beneficiando le imprese statunitensi


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