Dollaro e Faang restano temi forti nei portafogli

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L’ultima inchiesta mensile realizzata da Bank of America Merrill Lynch conferma che gli asset prefriti dai money manager per fronteggiare l’incertezza globale restano la divisa Usa e i titoli delle grandi società tecnologiche.

In uno scenario di chiara decelerazione, il livello di indebitamento delle società sta assumendo un posto di rilievo tra le preoccupazioni dei gestori. Questo è il risultato più rilevante tra quelli evidenziati dall’ultima inchiesta mensile a cura di BoAML. Il 48% dei gestori interpellati sostiene che i bilanci aziendali sono troppo carichi di debiti e, per la prima volta dal 2009, il livello di indebitamento si è trasformato in un elemento chiave della selezione dei titoli obbligazionari e delle azioni da inserire nei portafogli d’investimento.

La situazione debitoria è talmente pesante da far preferire le società che utilizzano la liquidità in entrata per migliorare i propri bilanci rispetto a quelle che destinano tali flussi a nuovi investimenti o all’erogazione di dividendi più ricchi a favore degli azionisti.

Tra gli asset preferiti per la costruzione dei portafogli, al primo posto resta il dollaro statunitense (il 21% dei gestori propende per un sovrapeso della divisa nordamericana), seguito a ruota dai grandi titoli tecnologici del mercato Usa.

Lo scenario contemplato dalla maggior parte degli esperti include l’ingresso in una fase di rallentamento del ciclo economico. Nulla di tragico, almeno per il momento, ma il tutto si verifica in un contesto caratterizzato da un numero crescente di timori e incertezze. Appena il 14% dei money manager interpellati si aspetta l’arrivo di una recessione globale nel corso dell’anno e la maggior parte del campione ipotizza l’avvio di una fase di decelerazione nei prossimi due o tre trimestri. Il 60% degli esperti crede che la crescita globale dovrà fare i conti con un deterioramento nei prossimi dodici mesi. Si tratta della percentuale più elevata rilevata tra quelle fotografate dall’inchiesta a partire dal 2008.

Tornando al comparto obbligazionario, il report sottolinea che la politica eccezionalmente espansiva messa in campo dalle principali banche centrali dei paesi industrializzati (Federal Reserve Usa, Bce europea, BoJ giapponese e BoE britannica), ha permesso alle società di emettere obbligazioni a tassi molto bassi e questo ha alimentato un processo di indebitamento che ha raggiunto livelli molto preoccupanti sia in termini assoluti (per i volumi accumulati) sia in termini relativi (capacità di rifinanziare l’indebitamento in un contesto di politica monetaria meno favorevole).

L’attenzione dei money manager è ora focalizzata sulla stagione dedicata alla pubblicazione dei risultati aziendali, che è appena cominciata negli Stati Uniti. Dai dati che fotografano l’andamento degli utili trimestrali si potrà verificare se la guerra dei dazi voluta da Trump abbia già cominciato a produrre effetti sui risultati delle aziende. Il pronostico formulato dalla maggior parte degli esperti non è affatto ottimista: l’inchiesta realizzata nei primi dieci giorni del mese di gennaio ha evidenziato che le aspettative per gli utili sono le peggiori dal 2008 ad oggi (con il 52% del campione che propende per un ulteriore deterioramento degli utili nei prossimi trimestri). L’attuale previsione è in netto contrasto con quello che succedeva dodici mesi addietro, quando il 39% dei partecipanti ipotizzava un miglioramento dei conti delle aziende.


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