Dieci anni travagliati per le Em equities

Sono passati quasi dieci anni da quando le azioni dei mercati emergenti hanno raggiunto il proprio picco rispetto a quelle dei Paesi sviluppati e questo sembra essere avvenuto per una serie di motivi.

In primo luogo, il dollaro si è rafforzato sempre di più, il che è sempre un problema in quanto rappresenta una valuta di finanziamento significativa per molti Paesi emergenti; in secondo luogo, le società dei Paesi emergenti dopo gli anni favorevoli di cui ha beneficiato l’asset class all’inizio del secolo, hanno sofferto di un rallentamento strutturale. Effettivamente la crescita è più elevata nei Paesi emergenti, ma quando rallenta, tornando dai livelli elevati alla media globale, essa pesa sulla performance degli asset locali.

Negli anni 2000 i Paesi emergenti hanno potuto performare bene. Avevano ristrutturato il proprio debito, le loro valute si stavano apprezzando e le società guadagnavano quote sui mercati internazionali. Dai loro minimi del 2001 al 2010, hanno goduto di un continuo re-rating rispetto al resto del mondo. Tale situazione ha portato a un livello soddisfacente e, naturalmente, a valutazioni più elevate per azioni e valute. Ciò ha reso l’inizio dell’ultimo decennio un punto di partenza molto più impegnativo a cui si è aggiunta verso la fine del periodo un’ulteriore complicazione derivante dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Dopo la crisi finanziaria globale gli Stati Uniti hanno visto una fase ascendente, grazie al sostegno del quantitative easing e del trend di buyback delle azioni. Negli ultimi anni quello statunitense è stato un mercato abbastanza concentrato, con i Faang che hanno messo a segno performance fenomenali a livello di prezzo dei titoli e con gli investitori che sono stati comprensibilmente riluttanti a spostarsi su altri mercati quando le loro posizioni generavano rendimenti così positivi.

La crescita economica cinese ha rallentato gradualmente nel corso degli ultimi dieci anni e i governi hanno giustamente abbandonato la fiducia riposta in passato sugli investimenti obbligazionari. Ci sono stati diversi venti contrari sia economici che politici, come la trade war, che hanno portato a una crescente avversione al rischio da parte degli investitori. In terzo luogo, a livello di indici sull’azionario emergente, c’è stata una lenta erosione dei rendimenti sull’azionario se comparati con quelli dei mercati sviluppati, ed è proprio questo elemento a guidare i prezzi delle azioni.

In una prospettiva a più lungo termine, diciamo su 30 anni, i mercati emergenti hanno sovraperformato i mercati sviluppati. Le azioni statunitensi, una componente significativa dei rendimenti dei mercati sviluppati, hanno tuttavia sovraperformato negli anni Novanta e nel decennio appena concluso.

Nell’ultimo decennio in particolare il mercato statunitense ha beneficiato di una crescita superiore dei guadagni, del reinvestimento dei dividendi e dell’espansione multipla. Ciò ha coinciso con un significativo aumento dei prestiti, date le implicazioni dell’allentamento quantitativo. Per contro, gli Em hanno risentito di una crescita più debole degli utili e di una debolezza valutaria (in particolare in Latam e Ceemea). Tre dei periodi più significativi di sottoperformance dei mercati emergenti si sono verificati durante il periodo di crisi del 2013 (in seguito al quale si è verificato un netto miglioramento dello stato di salute dei bilanci dei governi e delle aziende in Em rispetto all’aumento della leva finanziaria nei mercati sviluppati), i timori di un duro atterraggio della Cina nel 2015 e dall’inizio della guerra commerciale.


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