Crescono i Pir, cresce l’economia italiana

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Molti osservatori si attendevano ottimi risultati, ma nessuno pronosticava un successo così eclatante. Stiamo parlando dei Piani individuali di risparmio, gli strumenti introdotti dalla Legge di Stabilità 2017 che hanno da una parte l’obiettivo di incoraggiare l’investimento degli italiani verso i prodotti del risparmio gestito e dall’altra sostenere le piccole e medie imprese tricolori. Basti pensare che i primi strumenti Pir compliant lanciati rispettivamente da Pioneer Investments, Eurizon Capital (gruppo Intesa Sanpaolo) e Mediolanum Gestione Fondi, solo per citare tre big player del settore, hanno raccolto presso i risparmiatori, in poco più di tre settimane, 50, 100, e 200 milioni di euro. Niente male per uno strumento più volte annunciato e sempre misteriosamente sparito dalle agende dei governi di ogni colore degli ultimi dieci anni e che non ha certo goduto di un battage pubblicitario memorabile. Ma tant’è, gli italiani, che vantano la ricchezza netta per famiglia in percentuale del reddito disponibile di gran lunga più alta tra le principali economie del Vecchio continente (273%, equivalente a 3 trilioni di euro) sembrano esser rimasti stregati da questi strumenti che finalmente potrebbero aiutare realmente le Pmi del nostro paese e dunque anche l’economia reale. Anche perché i Pir possono contare su un elemento non trascurabile: le agevolazioni fiscali previste sotto forma di detassazione delle plusvalenze, ovvero dei guadagni, per chi decide di detenerli almeno cinque anni. In pratica, chi li sottoscrive non deve pagare le imposte su capital gain e rendimenti (12,5% sulle cedole e utili relativi a titoli di Stato e 26% su azioni e obbligazioni). Se, invece, al termine dei cinque anni dall’investimento non ci fossero utili, ma perdite, il risparmiatore dovrà rispettare le regole generali dei fondi per il credito di imposta.

Le caratteristiche

Al di là degli incentivi fiscali, secondo quanto previsto dalla legge di Stabilità 2017, i Pir sono dei contenitori a lungo termine che possono ospitare varie tipologie di strumenti finanziari: azioni, obbligazioni, quote di fondi, derivati e anche liquidità e sono rivolti esclusivamente alle persone fisiche e sono individuali e non sono ripetibili. Ciò significa che un singolo Pir non può essere sottoscritto da un’azienda, non è cointestabile e ne può essere sottoscritto solo uno a testa nella vita. Questi strumenti prevedono un investimento che va dai 500 ai 30 mila euro l’anno e, dunque, in cinque anni si possono investire al massimo 150 mila euro. Come anticipato, questi strumenti hanno vincoli stringenti che premiano le piccole e medie imprese, ma lasciano la possibilità di impiegare almeno il 30% del portafoglio in qualsiasi strumento, compresi depositi e conti correnti in modo da avere una buona decorrelazione. In particolare: almeno il 70% del valore complessivo dei Pir deve essere investito in strumenti finanziari emessi o stipulati con imprese che svolgono attività diverse da quella immobiliare, residenti sul territorio italiano o stabilmente radicate su di esso. Ciò significa che il restante 30% potrà essere investito anche all’estero, quindi si tratta di una diversificazione maggiore rispetto a un normale fondo comune specializzato sull’Italia. Inoltre il 70% che va investito in Italia può essere ulteriormente diversificato, perché il 30% di questa quota (quindi il 21% del totale) deve essere destinato a piccole e medie imprese. Un bravo gestore, che sa fare selezione all’interno dell’universo investibile, ha quindi un ampio spettro di possibilità per non presentare uno strumento troppo concentrato sulle prospettive dell’economia italiana.

Vice direttore di Fondi&Sicav, il mensile dedicato all'industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria


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