Consulenza finanziaria, chi paga?

consulenti

Prima che nel 2008 esplodesse le più grave crisi economico-finanziaria dal ‘29, la professione del promotore finanziario (fino al cambio di denominazione in consulenti finanziari del marzo 2016 gli advisor si chiamavano così), mostrava un certo appeal presso molti giovani laureati nelle discipline economiche e bancarie. Le Borse, infatti, venivano da diversi anni di crescita e si sa che in ogni mercato al rialzo si assiste a una crescita esponenziale di chi vuole occuparsi di investimenti. Purtroppo lo scenario che ha dominato l’ultimo decennio, caratterizzato da una lunga crisi (definita da qualcuno secolare…), ha cambiato le abitudini e modificato nella gran parte dei casi lo stile di vita delle famiglie italiane. Non a caso ci sono voluti otto anni perché si verificasse un graduale recupero verso valori prossimi al livello pre-crisi: a fine 2015, in particolare, la quota di famiglie che possedeva almeno un prodotto finanziario si è attestata al 50% a fronte del 55% nel 2007. Ovviamente questa minore disponibilità a investire sui mercati ha comportato una brusca discesa del numero dei promotori finanziari, passati dagli oltre 60 mila del 2007 ai 55.239, attuali (23.000 operativi), in crescita dell’1,6% rispetto al 2015.

La remunerazione dei professionisti

Partendo dal presupposto che affidarsi a un consulente non è solo importante ma fondamentale, poiché l’approccio “fai da te” nel campo degli investimenti in tutti questi anni ha mostrato non solo di essere perdente, ma ha comportato per molti risparmiatori la perdita totale del loro patrimonio, analizziamo nel dettaglio come si svolge l’attività di questi professionisti. Sotto il profilo remunerativo, il consulente finanziario riceve alcune provvigioni in forma diretta (quelle una tantum sulla vendita di prodotti e servizi finanziari e le management fee, la rendita perpetua sul patrimonio in gestione) o indirettamente, nel caso occupi anche posizioni manageriali. La consulenza base erogata dai consulenti ai risparmiatori non si può definire quindi gratuita, poiché i professionisti vengono remunerati in base ai prodotti distribuiti e in linea generale quando un consulente inserisce nel portafoglio del cliente un fondo di un asset manager questi indirizza circa i due terzi delle commissioni di distribuzione alla mandante, che a sua volta gira una percentuale che varia da società a società al professionista, mentre la restante quota resta in capo alla società di gestione che ha ideato il prodotto d’investimento.  Anche se questo sistema, con varie modifiche, viene utilizzato dal 1991, ovvero dalla legge istitutiva delle Sim che ha riconosciuto e regolamentato le società di intermediazione mobiliare, negli ultimi anni si è fatto largo un nuovo approccio agli investimenti: la consulenza a parcella. Offerta dai consulenti autonomi su base indipendente o dalle reti su base non indipendente la sostanza non cambia granché.  La remunerazione che spetta al consulente è costituita da una parcella, appunto, (calcolata trimestralmente, semestralmente, annualmente e rinnovabile di anno in anno) che viene generalmente concordata con il cliente in funzione della dimensione e della complessità del suo patrimonio. In pratica, così come avviene, con l’avvocato o il commercialista di fiducia, il consulente finanziario viene pagato in base ai servizi offerti e non più sulla distribuzione dei prodotti. Come detto questo sistema di remunerazione può essere offerto dai consulenti finanziari (provenienti da banche e sim) e dai consulenti autonomi, che invece operano senza nessun legame né con gli intermediari né con le case prodotto.

Rivoluzione Mifid II

In ogni caso il quadro generale è destinato a essere stravolto ancora nei prossimi mesi. L’arrivo della Mifid II (la disciplina che regola i servizi finanziari europei), infatti, più volte rimandata, e destinata a essere recepita in Italia nel gennaio 2018, secondo molti osservatori aumenterà fortemente la trasparenza sui costi, aumentando il quadro competitivo. Uno scenario che, in sintesi, aiuterà i risparmiatori ad adottare scelte maggiormente consapevoli, ma che comporterà dall’altra parte, come avviene in tutte le economie mature, una diminuzione dei costi e dunque dei margini che spettano ai singoli consulenti.

Vedremo solo allora chi la spunterà: i circa 55 mila consulenti finanziari (23.000 operativi) che lavorano per le banche e le sim, o i 600 studi di consulenza autonoma presenti sul territorio?

 

 

 

Vice direttore di Fondi&Sicav, il mensile dedicato all'industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria


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