Consulenza a parcella? Non per tutti

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Quasi cinque anni fa, precisamente il primo gennaio del 2013, la Gran Bretagna ha dato vita a una vera e propria rivoluzione che sembrava essere  destinata a cambiare il destino della consulenza finanziaria europea. Il legislatore britannico ha introdotto a partire da quella data, infatti, una norma, la Retail distribution review, che ha imposto a tutti gli intermediari britannici di specificare ai clienti, in via preventiva, se operavano come advisor indipendenti, e in questo caso dovevano essere remunerati per i servizi offerti mediante una parcella (come avviene, ad esempio, con gli avvocati, o i notai), o se potevano offrire solo una consulenza ristretta, continuando a incassare i rebate degli asset manager e a essere remunerati in base ai prodotti distribuiti.

La nuova normativa voluta fortemente dalla Financial services authority, ha sancito, di fatto, il trionfo della filosofia fee-only (solo a parcella), e inizialmente molti osservatori ritenevano che una rivoluzione di tale portata non fosse destinata a restare confinata oltre Manica. Non a caso nel gennaio successivo anche Olanda e Finlandia hanno adottato una normativa simile.

La Rdr britannica (pre-Brexit) ha rappresentato in sintesi una sorta di banco di prova per l’advisory di tutto il continente, tenuto conto la Gran Bretagna raffigura da sempre il benchmark di riferimento per tutto il mondo finanziario. A distanza di cinque anni il bilancio della normativa che sembrava rappresentare la panacea di tutti i mali della consulenza finanziaria sembra mostrare tuttavia più ombre che luci.

Secondo un recente studio di Deloitte, infatti, la normativa inglese ha favorito il progressivo aumento della professionalità dei consulenti finanziari, fissato dei nuovi requisiti di trasparenza sulle caratteristiche del servizio e dei relativi costi eliminando, di fatto, i conflitti di interessi. Basti pensare che i prodotti della fascia di commissioni più elevata distribuiti erano il 60% nel 2012, mentre sono scesi al 20% nel 2014.

Sembra, tuttavia, che le notizie positive si fermino qui. In questo quinquennio si è infatti assistito in Gran Bretagna al progressivo aumento del cosiddetto “advice gap”. Il riposizionamento del business da parte di alcuni intermediari (in particolare le banche retail) sui patrimoni più rilevanti e sui bisogni di investimento maggiormente complessi, e la contestuale crescita del numero di intermediari che richiedono soglie minime di patrimonio per poter accedere ai propri servizi, ha reso praticamente impossibile per una buona parte della clientela mass market (chi non dispone di grosse somme da investire) di potersi affidare ai consigli di un consulente finanziario.

Un fenomeno che ha generato una forte riduzione del numero degli advisor (-20%) anche a causa dei nuovi requisiti di professionalità richiesti. In pratica, la normativa che in linea teorica voleva favorire i risparmiatori, ha spinto molti di loro verso il fai da te o sulle piattaforme direct to consumer, fondate su servizi esecutivi basic advice.

Vice direttore di Fondi&Sicav, il mensile dedicato all'industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria


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