Caccia alla tutela reale del capitale: i bond indicizzati all’inflazione

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Se del binomio inflazione/deflazione si discute molto, esiste una categoria di strumenti di cui si parla molto poco: quelli che investono in titoli di stato e obbligazioni a tasso fisso il cui rendimento è legato all’evoluzione dell’inflazione. L’inflazione erode velocemente i rendimenti offerti dai normali investimenti obbligazionari. Le obbligazioni indicizzate all’inflazione offrono garanzie contro le conseguenze causate dall’aumento dei prezzi dato che, di solito, sia il valore dell’importo originale preso a prestito sia gli interessi da corrispondere registrano un andamento in linea con la variazione dei prezzi al consumo.

Il vincolo del rendimento di un bond all’inflazione può essere perseguito fondamentalmente seguendo due modalità differenti (oppure servendosi di una combinazione di tali modalità): facendo variare il valore della cedola nella stessa misura in cui lo fa l’inflazione (titoli parametrizzati all’inflazione) o mantenendo fissa la cedola pagata, ma calcolandolo su un capitale che cresce o decresce nella stessa misura registrata dall’indice dei prezzi al consumo (titoli indicizzati all’inflazione). In entrambi i casi, l’investimento in questa tipologia di bond rappresenta un’opzione per difendersi, seppur parzialmente, dalla perdita del potere d’acquisto imputabile all’incedere dell’inflazione.

In passato, le tendenze inflazionistiche, come per esempio l’aumento del prezzo del petrolio e del gas, dei metalli e del costo delle proprietà immobiliari, hanno inciso notevolmente sull’economia globale e hanno indotto la maggior parte delle banche centrali ad aumentare i tassi di interesse.

Gli inflation linked bond presentano una peculiarità supplementare: sono tra le poche categorie di titoli che possono beneficiare di una situazione di stagflazione. In un contesto di inflazione elevata, abbinata a una crescita economica debole – che comunque non permette un’impennata dei tassi di interesse – il ricorso a questa tipologia di strumenti obbligazionari consente di ottenere rendimenti superiori alle normali obbligazioni a tasso fisso, sia nel caso dei titoli “parametrizzati” all’inflazione sia in quello dei titoli “indicizzati” all’inflazione.

Tuttavia, pur offrendo una buona protezione contro l’inflazione, gli inflation linked bond lasciano degli spazi scoperti. Da un lato soffrono di un lieve sfasamento temporale: l’indicizzazione avviene infatti sulla base della variazione dell’inflazione misurata tra i tre e i due mesi precedenti. Quindi il risparmiatore si copre contro il caro-vita passato. Dall’altro, il problema è che la maggior parte delle emissioni realizzate da Stati europei sono legati all’indice europeo dei prezzi e non a quello del proprio paese: per chi vive in Italia, dunque, lo “scudo” non è totale con la sottoscrizione di un Btpei. L’aggancio all’inflazione italiana è garantito solo da una tipologia di titolo di stato: il Btp Italia (per questi è il valore della cedola che varia in funzione dell’andamento dell’inflazione).

I fondi e gli Exchange Traded Fund che investono in bond legati all’inflazione rappresentano attualmente una buona alternativa per coloro che pensano che le intense iniezioni di denaro che stanno realizzando i Governi nell’intento di riattivare l’economia finiranno per provocare una forte impennata dei prezzi. Al contrario, si tratta di bond non raccomandabili per tutti quelli che credono che l’economia mondiale non si libererà in tempi stretti dalla morsa dell’inflazione prossima allo zero. In quest’ultimo caso, sarebbe meglio investire in fondi obbligazionari corporate, che potrebbero continuare a trarre vantaggio dagli acquisti operati dalla Bce e dalla BoE.

Vice direttore di Fondi&Sicav, il mensile dedicato all'industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria


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