Bond a tasso variabile, cosa sono e perché se ne torna a parlare

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Le obbligazioni a tasso variabile potrebbero tornare presto in auge. Questi titoli consentono di ridurre al lumicino il rischio derivante dalla scadenza – breve o medio/lunga – dei titoli e dare stabilità alla componente obbligazionaria del portafoglio.

Nell’universo obbligazionario, i titoli a tasso fisso sono quelli che temono gli effetti dell’avvio di una fase di rialzo dei tassi. Tuttavia, tra i bond c’è anche un segmento – completamente dimenticato negli ultimi anni – che potrebbe tornare in auge: i floating rate bond o obbligazioni a tasso variabile.

A differenza dei tradizionali titoli di debito a tasso fisso – che consentono al sottoscrittore di sapere in anticipo la cedola che incasseranno periodicamente – i floating rate sono caratterizzati dalla presenza di una cedola variabile che è spesso il risultato della somma di un tasso di riferimento (in Europa è rappresentato nella maggior parte dei casi dall’euribor o dal libor) e di una maggiorazione.   La revisione del livello della cedola avviene trimestralmente o semestralmente. Il funzionamento è simile a quello di un mutuo a tasso variabile: gli interessi (che in questo caso vengono incassati e non pagati) cambiano periodicamente a seconda dell’evoluzione del tassi di riferimento.

Il vento a favore di un ritocco dei tassi Usa continua a soffiare. L’economia nordamericana continua a offrire segnali di miglioramento e comincia a mostrare la necessità di interventi di politica monetaria tesi a riportare i tassi d’interesse su livelli più consoni a quelli registrati dalla crescita dell’economia e ai rialzi dell’inflazione. La decisione della Banca centrale Usa non si è fatta attendere. Nel corso della riunione di marzo, la Federal Reserve statunitense ha deciso di alzare di un quarto di punto (0,25%) i tassi d’interesse e portarli all’interno del range 0,75%-1%.

Sul versante nordamericano dell’Atlantico tutto sembra improntato a dare continuità alla tanto attesa fase di rialzo graduale del costo del denaro, che dovrebbe avvenire in più passi da parte della Banca Centrale statunitense. In passato, durante le fasi di rialzo dei tassi di interesse negli Usa, solitamente brevi ma intense, le obbligazioni a tasso variabile hanno saputo tutelare al meglio i risparmi degli investitori più prudenti o caratterizzati da strategie poco propense all’assunzione di elevati livelli di rischio.

Nonostante il clima favorevole a questo segmento, non mancano le controindicazioni. Le emissioni di floating rate bond realizzate negli ultimi anni sono caratterizzate dalla presenza di tassi molto bassi (le maggiorazioni applicate all’euribor a altro tasso di riferimento). Per questa ragione, c’è da aspettarsi un calo delle quotazioni di questi titoli se i rialzi della Fed dovessero essere di breve durata ma intensi.

In tutti i casi, per l’investitore che si muove con un orizzonte temporale di medio-lungo termine, il rischio legato alle oscillazioni delle quotazioni è quasi nullo, proprio perché il coupon viene rivisto periodicamente. I titoli a tasso variabile diventano più interessanti con l’arrivo di nuove emissioni e con il progressivo ‘adeguamento’ delle cedole al nuovo scenario.

A differenza dei titoli a reddito fisso, le obbligazioni a tasso variabile presentano solo il rischio emittente e non quello legato alle forti oscillazioni delle quotazioni derivante dalla presenza di una scadenza lunga. L’assenza di questo rischio li rende strumenti permeati da un livello di volatilità molto contenuto.

Se il mercato Usa presenta una chiara convenienza a inserire in portafoglio questo tipo di bond, lo stesso non può ancora dirsi per quello europeo. In una fase in cui appare oramai chiaro che la Bce continuerà – anche se in misura ridotta- il suo Qe, i tassi sembrano destinati a restare bassi ancora per molto. L’unica ragione che può supportare l’acquisto di questa tipologia di bond è la presenza di margini al ribasso dei rendimenti oramai molto risicati e la speranza che la Bce vinca la sua sfida contro la deflazione (creando l’humus per una prossima normalizzazione del costo del denaro anche nel Vecchio Continente). In siffatto contesto, un valido motivo a supporto di questa asset class è la necessità di immettere in portafoglio strumenti in grado di mitigare la volatilità del portafoglio.

 

Vice direttore di Fondi&Sicav, il mensile dedicato all'industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria


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