Bce, da espansiva ad ultraespansiva

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In quella che è stata la penultima riunione guidata da Mario Draghi, la Bce ha deciso di fare delle mosse per affrontare le sempre più preoccupanti notizie che arrivano dal versante macro.

Mario Draghi è riuscito ancora una volta a sorprendere i mercati assumendo un atteggiamento colomba, nonostante le chiare riserve di alcuni colleghi e un programma relativamente modesto sulla carta rispetto a quello che alcuni avevano sperato o previsto.

Mentre fino a ieri la maggior parte degli annunci della BCE aveva seguito il copione ipotizzato dagli osservatori economici, la grande sorpresa è stata la notizia che il riavvio del programma di QE dovrebbe continuare fino a quando la BCE non alzerà i tassi, invece che per un periodo di tempo molto più breve, che la maggior parte degli analisti si aspettava essere tra nove mesi e un anno. Data la condizione sclerotica dell’economia dell’Eurozona, la promessa di mantenere il Quantitative Easing fino al rialzo dei tassi è positiva come un perenne Quantitative Easing. Le somiglianze con il Giappone sono evidenti.

Le dimensioni dell’intervento sono rilevanti. Ipotizzando che il piano di acquisti di titoli che inizierà il 1 novembre prosegua per tutto il 2020. Fanno 240 miliardi di Euro per il prossimo anno, dei quali, in base allo schema esistente, 192 di titoli di Stato (Draghi ha precisato che al passo di 20 miliardi al mese si può proseguire per lungo tempo senza bisogno di modificare le regole del piano di acquisti). Possiamo stimare, al momento, il deficit aggregato della zona Euro per il 2020 intorno a 125 miliardi di Euro. In altri termini, se il piano di acquisti lavorasse per l’intero 2020 e le previsioni economiche fossero corrette, la BCE sarebbe in grado di acquistare una volta e mezzo il nuovo debito che dovrebbe essere emesso in Eurozona per finanziare il deficit.

Deterioramento del quadro macro
Nelle economie core dell’eurozona –Germania in primis- sono stati registrati segnali inequivocabili di rallentamento dell’attività industriale. Segnali altrettanto preoccupanti continuano ad arrivare dall’andamento dell’economia italiana (la terza dell’eurozona dopo Germania e Francia).

Nel suo ultimo monetary policy meeting, il Presidente della BCE Mario Draghi ha indicato il declassamento delle previsioni sulla crescita e sull’inflazione dell’Istituto come le principali ragioni a supporto della decisione del ritorno al QE, a soli nove mesi di distanza dalla sua fine. Nel corso della tradizionale conferenza stampa, Draghi ha annunciato che il board ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del Pil dell’eurozona per il biennio 2019-2020 (rispettivamente dall’1,2% all’1,1% e dall’1,4% all’1,2%). Le pressioni al ribasso sulla crescita fanno sentire i loro effetti anche sull’inflazione. Le stime sull’inflazione sono state riviste al ribasso per il triennio 2019-2021 (per il 2019 scendono dall’13% all’1,2%; per il 2020 dall’1,4% all’1% e per il 2021 dall’1,6% all’1,5%).

Tra i responsabili della nuova accelerazione della politica monetaria espansiva, Draghi ha citato l’aumento del rischio geopolitico e la trade war tra Usa e Cina. In tutti i casi, tra fattori esogeni e endogeni, si tratta di una situazione problematica, dato che l’uso dei tassi di interesse e del QE non può influire sull’esito dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina. Una politica monetaria più accomodante potrebbe portare ad un incremento marginale della domanda domestica per controbilanciare la debolezza della domanda esterna, ma con una economia che cresce in linea con il trend, le azioni della BCE di oggi avranno nel migliore dei casi un lieve impatto positivo.


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