Acquistare o non acquistare? E quando farlo?

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Per il cervello umano, investire in un periodo di quotazioni al ribasso equivale a imbarcarsi su una nave che sta per affondare. A dominare le scelte degli investitori propensi al rischio ma dotati di scarsa cultura finanziaria, è quasi sempre l’effetto traino.

Si tende a seguire i trend rialzisti senza un perché (e magari per qualche tempo funziona), ma non si è in grado di fissare un tetto alla performance e ci si lascia prendere dal panico in occasione di pesanti scivoloni del mercato (come quello accaduto la settimana scorsa). Questo comportamento è sempre frutto di una visione di breve termine che allontana l’investitore da alcuni dei capisaldi dell’investimento azionario: diversificazione del portafoglio e orizzonte temporale di lungo termine.

Prima della correzione delle ultime settimane, erano in molti coloro che pronosticavano un calo salutare per i listini azionari, tuttavia, quando arriva l’ora della verità, l’equity si trasforma in una specie di grande centro commerciale abbandonato, vuoto.

La tendenza ad accettare compromessi (che può sfociare nella costruzione di un portafoglio ampiamente diversificato) può aiutarci non poco a controllare l’ego, tuttavia, nel processo di assunzione delle decisioni d’investimento entrano una serie di distorsioni come l’eccesso di ottimismo, l’illusione del controllo assoluto e l’avversione alle potenziali perdite. Alcune di queste variabili agiscono come una barriera che ci impedisce di investire durante le fasi di calo dei listini (impedendoci di considerare razionalmente tali fasi come opportunità di acquisto).

Nonostante ciò, la storia dimostra che, in molte occasioni, gli acquisti realizzati durante le fasi negative equivalgono a buoni affari realizzati durante la stagione dei saldi. L’acquisto di azioni non è altro che l’acquisto di pezzi di aziende, che hanno un valore intrinseco nel lungo termine (spesso non inficiato dalle fluttuazioni di breve termine). Nel parallelo con i saldi, ci basti pensare che uno sconto del 50% spuntato sull’acquisto di un paio di scarpe non cambia l’utilità futura delle scarpe. Allo stesso modo, le fluttuazioni delle quotazioni azionarie -anche forti- di breve termine, non modificano il business plan e le prospettive di crescita di un’azienda nel lungo termine.

In tutti i casi, una volta messa da parte la quota di patrimonio destinata ad affrontare spese impreviste, la restante parte dovrebbe essere investita in attività finanziarie di cui l’investitore sia in grado di capire il funzionamento. In caso contrario, i rischi sono due: restare disinvestiti e lasciare che l’inflazione eroda il potere d’acquisto dei risparmi; investire in asset di cui ignoriamo il funzionamento e i rischi (correndo il rischio di perdere ancor più di quanto ci possa far perdere l’inflazione).

La permanenza di elevate quantità di denaro sui conti correnti degli italiani è probabilmente frutto anche della consapevolezza della bassa cultura finanziaria e della prudenza -mista a paura e sfiducia- che questa variabile è in grado di alimentare. In molti casi, la realtà che si manifesta all’investitore poco consapevole è molto dolorosa da sopportare (fosse anche per brevi periodi di tempo), e di conseguenza finisce per modificarla a proprio piacimento fino a renderla sopportabile.


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